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Le parole

2 ottobre 2008 – Opinione Liberale Rubrica Ballate Maltesi

… non le portano le cicogne

Infatti le parole le creano e le portano gli uomini, alcuni più di altri. Questo pezzo porta il titolo di un romanzo di Roberto Vecchioni, noto cantautore, forse meno noto come docente universitario, il quale, oltre a questo, ha scritto almeno un altro racconto (Il Libraio di Selinunte) che ha per oggetto “la parola”, le sue origini etimologiche, fonetiche e il senso nonché il valore (perduti?) delle parole. Nella copertina interna di quest’ultimo racconto si legge: “Vi svegliate un giorno…scendete in strada e non avete più parole per dire: strada. Poi scoprite che la città è piena di smemorati come voi, che vagano sperduti in una nebbia di cose senza nome, incapaci di parlare e ricordare, incapaci di pensare. Perché tutti avete perso le parole, ed è colpa vostra.”

Perché un tema del genere? Proprio il 2 ottobre, data di nascita di Mahatma Gandhi, è stato dichiarato dall’ONU Giornata Internazionale della Non-violenza, e penso che Gandhi sia tra coloro i quali hanno usato la forza della parola per cambiare, se non il mondo, almeno il destino del proprio Paese.

Una nota compagnia telefonica italiana ripropone, di questi tempi, uno spot televisivo, assai suggestivo per contenuto, immagini e musica (per i curiosi, Lisa Gerrard e Pietre Bourke, “Sacrifice”), che sintetizza in breve il messaggio d’amore, tolleranza e amicizia proposto da Gandhi. “La vera grande magia sono l’amore e l’armonia” (Hugo Pratt, Favola di Venezia, saga di Corto Maltese). Sul sito www.avoicomunicare.it si può reperire inoltre la trascrizione di un discorso noto come “One world” pronunciato da Gandhi nel 1947, e appena ritrovato, a cui è stato attribuito il titolo: “Fate battere i vostri cuori all’unisono con le mie parole, e io credo che il mio lavoro sarà compiuto”. Pochi sono i casi nella storia in cui il coraggio (Gandhi fu assassinato nel 1948), la sensibilità e la ricerca della verità, concetti filosofici e morali, abbiano ricevuto un riconoscimento così collettivo e cosciente nel mondo. Di queste virtù abbiamo oggi disperatamente bisogno. Jorge Luis Borges, scriveva in “La forma della spada” che “a un gentleman non possono interessare che le cause perdute”, sarà anche, ma per fortuna che con Gandhi sono esistiti altri personaggi illustri il cui coraggio e le cui parole, abbinate alla forza collante della coerenza, hanno contribuito a fare in modo che i loro discorsi si tramutassero in fatti, e che fatti! “La parola è l’ombra dell’azione” (Democrito, citato da Diogene Laerzio in “Vite dei filosofi”). Basti pensare a personaggi come Lincoln, John F. Kennedy o il Martin Luther King di “I have a dream!”. Certo non sfugge a nessuno l’appunto che si tratta di personaggi che sono stati assassinati per la fedeltà ai propri ideali, ma è questo un motivo sufficiente per non sperare più, per cessare di credere al valore della parola? “Le parole hanno vita più lunga dei fatti” (Pindaro, Nemee). Per rivoluzionare le cose “bisogna incominciare” (come emerge, permettetemi l’inciso leggero, dalla visione politica – perché ne è stata studiata una – del personaggio dei fumetti che inspira questa rubrica, Corto Maltese) e le parole, i discorsi sono la sintesi di problemi, idee, aspirazioni e di sconvolgimenti che possono segnare la fine o l’inizio di un’epoca (cfr. Ferdinando Sallustio, supercampione del gioco a quiz “Passaparola”, ma soprattutto autore dell’antologia “Belle Parole, I grandi discorsi della storia, dalla Bibbia a Paperino”, Bompiani, 2004).

La parola può essere: data, bella, pesante, d’oro, libera, povera, grassa o grossa, di fuoco, d’ordine o d‘onore, misurata o pesata, vana, scambiata o cambiata, santa o volgare, mantenuta o rimangiata.

I politici non parlano né di verità matematiche né di cose evidenti ai sensi, ma di quelle cose su cui si possono avere opinioni diverse. È chiaro che esse sono mediate dal ragionamento, tuttavia vengono spesso trasmesse all’opinione pubblica anche attraverso la stima delle persone che le pronunciano (Carlo Maria card. Martini, “Parola e Politica”, 1997). Oggigiorno la politica, internazionale, nazionale e locale, pare essere zeppa di personaggi il cui pensiero si può riassumere in “La verità sono io”, “le colpe sono degli altri” (ndr. gli avversari politici). È possibile avere stima di tali figure? E’ auspicabile lasciare in mano a queste la politica? È accettabile l’uso permanente della denigrazione personale, del dileggio, della violenza verbale come approccio alle cose serie della politica, come fanno taluni alle nostre latitudini? È di queste parole che abbiamo bisogno? Mi auguro di no. Conto sul fatto che l’insegnamento di Gandhi possa valere ancora ed anche a favore della Non-violenza verbale. “Le parole false non sono soltanto male in sé stesse, ma anche contagiano l’anima” scriveva Platone in “Fedone”. Qui sta il problema: abbiamo perso le sfumature e con esse i sentimenti che le accompagnano e le provocano. L’uomo ha livellato tutto, non importa a costo di cosa, pur di vivere disegnando una linea diritta, semplice, o semplicistica. Gandhi riteneva che certi metodi incruenti possono essere offensivi psichicamente, come ad esempio certe forme di lavaggio del cervello. Ci mancano i Discorsi, con la D maiuscola, le spiegazioni, gli approfondimenti.

“Le parole non sono come i cani cui si può fischiare a richiamarli” (Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta). Esse, a maggior ragione se pronunciate in politica, ovvero in un contesto pubblico, restano incollate alla collettività e l’avvelenano. Ormai è persa l’etica della politica o la politica fondata sulla morale? Vaclav Havel, presidente della Repubblica Ceca, uomo di cultura prima che politico, disse nel suo discorso d’insediamento, che “ci siamo ammalati moralmente perché usavamo dire una cosa e pensarne un’altra. Abbiamo imparato a non credere in nulla, a ignorarci l’un l’altro, perdendo la profondità di concetti come amore, amicizia, perdono, compassione, … Tentiamo di ristabilire una concezione morale della politica. La politica può essere non solo l’arte del possibile, ma anche dell’impossibile, in sintesi di migliorare noi stessi e il mondo”.

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