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Fremiti di fine secolo

Dicembre 1998 – La Voce

Educazione – Volontà – Ottimismo

Entriamo a passo veloce ma traballante nell’ultimo anno di questo nostro secolo che ci separa dal nuovo millennio e con noi portiamo il nostro bel fardello di speranze mitigate e perplessità evidenti: di che cosa sarà fatto l’avvenire, il nostro e quello delle generazioni più giovani? Quale sarà il volto del nostro Comune, della Svizzera e quello dell’Europa? Sino a dove ci condurrà il progresso tecnico-scientifico? Quali saranno le nuove frontiere della morale? Quali i valori che contano veramente?

Uno sguardo alla vita dei nostri nonni, dei nostri bisnonni ci permetterebbe di vedere con quali entusiasmi e con quali inquietudini essi hanno vissuto la loro ” fine del secolo ” e superato il Capo, quello immaginario o figurativo che comunque vorremmo si chiamasse, come quello geografico ” di Buona Speranza “, anche per il giro di volta che ci tocca. Da una visione retrospettiva si possono, spesso, trarre insegnamenti puramente conoscitivi fini a se stessi, ma talvolta si leggono messaggi, si vedono segnali di coraggio, di determinazione e di speranza che ci trasmettono fiducia nei nostri mezzi e nel futuro che vogliamo costruirci individualmente e a livello sociale.

La fine dell’Ottocento non può certo essere definita un periodo tranquillo della storia così come non lo è questa fine Novecento sebbene per altri versi. Lo abbiamo visto a più riprese nel corso della Rassegna Argentina – dalla seconda metà dell’Ottocento i ticinesi hanno dovuto operare scelte difficili, tra cui quella dell’emigrazione verso l’Argentina, la California, il Canada, l’Australia, … poiché il nostro paese non dava sufficienti garanzie di un futuro di serenità economica. Allora vi era il miraggio di terre senza padrone che non aspettavano altro se non braccia volonterose da ripagare con ricchi frutti. Certo non tutti gli emigrati ebbero la sorte dalla loro ma senz’altro coloro che poterono contare su un’educazione almeno modesta, su di una determinazione propria e su una dose d’ottimismo tale da superare le prime avversità, riuscirono a ritagliarsi un ruolo ed uno spazio di dignitosa esistenza. Altri decisamente più caparbi e fortunati riuscirono a raccogliere, o meglio a costruire, patrimoni inaspettati. Come ha detto un relatore nostro ospite in occasione di una conferenza, questi emigrati ticinesi hanno fatto l’America.

Oggi tali terre promesse intese in senso geografico non sembrano esserci più anche se in taluni casi amiamo credere il contrario per convenienza, per pigrizia o per continuare a sperare. Di contro vi sono senz’altro nuove terre, nuove vie e nuove idee da percorrere e ciò senza dover prendere forzatamente armi e bagagli per andare chissà dove. In fondo molti emigrati scoprirono comunque che il Ticino era un luogo dove tornare ed investire, un bel luogo dove vivere e costruire.

Nel libro pubblicato dall’Accademia di Architettura di Mendrisio e scritto dall’arch. Mercedes Daguerre sul mito dei ticinesi in Argentina vi sono numerosi esempi di famiglie d’emigranti che hanno costruito in Ticino dando lustro a diversi comparti di terreno e fornendo lavoro. Di transenna si noti che questi compresero già allora l’importanza della vicina Italia per la nostra economia operando ed allacciando legami personali con l’imprenditoria lombarda.

Cercando di trarre spunto o insegnamento da quanto la storia più vicina a noi c’illustra, iniziamo a credere che vale la pena, che abbiamo le capacità per rifare o fare il Ticino come ” l’America ” che vorremmo nel nostro immaginario. In fondo l’America è forse quella che è perché la gente crede nel proprio paese e nelle opportunità che questo può offrire, perché è un paese dove le utopie trovano ascolto. Victor Hugo scriveva che ” l’utopia é la verità di domani ” e Lamartine gli faceva eco affermando che ” le utopie non sono che delle verità premature “. L quindi lecito avanzare ipotesi di lavoro ed una progettualità che vanno, oltre l’immediato futuro, senza essere tacciati di essere dei visionari o di attuare inutili sprechi di tempo e denaro magari ” rubati ” alla conservazione dell’orticello acquisito, orticello che detto per inciso difficilmente darà da mangiare alle generazioni che verranno. A buon intenditore …

Antonio Gramsci definiva il concetto di crisi come quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere. Gramsci verosimilmente traeva spunto dalla definizione di ” crisi ” fornita alcuni decenni prima dallo storico e politico francese Tocqueville il quale asseriva che ” i cittadini si trovano nel cuore della crisi quando il passato non rischiarando l’avvenire, lo spirito marcia nelle tenebre “.

A livello comunale l’utopia, il nuovo è e rimane per noi liberali, il Parco Tecnologico. Non vi è al nostro livello un progetto più ambizioso e futurista che possa essere messo in cantiere da un Ente locale. Diverso è senz’altro il discorso a livello cantonale, regional-insubrico e svizzero.

Con le debite riserve e le dovute ponderazioni ritengo, sulla base di contatti professionali e per quanto appreso da mezzi d’informazione, si possa affermare che benché la crisi non sia ancora superata si può essere ottimisti per il nascere di dibattiti attorno alle più disparate ma non sempre insensate idee innovative dal profilo tecnologico, organizzativo, amministrativo, ecc…. Finalmente sembra s’impari a discutere sui progetti piuttosto che attuarli alla leggera come è spesso stato il caso nel periodo delle ” vacche grasse “.

Dal profilo dei dibattito interdisciplinare (politico, scientifico, etico, …) vi è senz’altro da migliorare. Mancano a mio giudizio dei luoghi, delle occasioni in cui accrescere il confronto di idee, di conoscenze ed esperienze, soprattutto fra giovani professionisti, imprenditori e perché no, sindacalisti, purché vi sia l’apertura mentale che permetta di rompere con alcuni schemi tradizionali della politica degli interessi particolari e dei clientelarismo.

Manca una sorta di Giovane Camera Insubrica che permetta ai giovani ticinesi di affrontare realtà più ” globali “, di profilarsi per rapporto ai propri corrispondenti italiani ed europei per far conoscere le proprie peculiarità e quindi promuovere con nuove metodologie il Ticino. Debbono essere promosse le occasioni d’incontro ed in questo contesto il Comune di Balerna potrebbe anche giocare un ruolo attivo. Sempre a livello comunale potrebbe anche essere messo in cantiere uno studio di fattibilità di un’Accademia di belle arti o d’arti applicate, un Atelier, perché no in un’area industriale dismessa da riqualificare, in cui attirare artisti d’oltre confine e metterli a confronto con gli innumerevoli artisti ticinesi. Un’Accademia da affiancare a quella di architettura e alla SUPSI nell’ottica di un Ticino-Campus universitario.

Tra le idee nate più di recente e attualmente sul tappeto, le quali appunto lasciano sperare si possa uscire dalle tenebre, vi sono quelle raccolte e riassunte nell’ultimo capitolo dei famoso Libro Bianco ” Ticino 2015 “.

Si accennano qui di seguito solo alcune delle idee in cantiere le quali marcano la volontà di non arrendersi agli eventi e di progettare con ottimismo un nuovo Ticino per le generazioni future :

* Stazione unica Chiasso-Como
* Università insubrica
* Educazione, formazione continua, gestione di commerci ed arbitrati internazionali, perché no via telematica
* Istituti e centri di ricerca specializzata parauniversitari
* Centri logistici informatizzati
* Vie di comunicazione (trasversale alpina, terminale per traffico intermodale, collegamenti con Malpensa 2000, aeroporto di Lugano-Agno …)
* Borsa per piccole e medie imprese e per nuove aziende (Nasdaq, Easdaq, Swiss Venture Capital Center)
* Parco tecnologico
* Turismo (golf, intrattenimento culturale e sportivo, infrastrutture, parchi naturalistici e di divertimento…) ed industria del benessere
* Nuovo concetto di gestione delle risorse idroelettriche

Per quanto utopiche e sconsiderate possano apparire talune ipotesi di lavoro, la situazione attuale invita ad una certa audacia nell’arrischiare i propri passi, in quelle vie che nessuno ha ancora calcato e la propria testa, in quelle idee che nessuno ha ancora pensato. Nelle sue Lettere filosofiche, Voltaire scriveva che “anziché lamentarsi, occorre ringraziare il creatore della natura per averci dato questa tendenza istintiva che ci spinge incessantemente verso l’avvenire. Il tesoro più prezioso dell’uomo è la speranza che mitiga i nostri dolori, e che quando non abbiamo piaceri presenti ci descrive piaceri futuri. Se gli uomini fossero tanto miseri da occuparsi soltanto del presente, non si seminerebbe, né si costruirebbe, né si allestirebbe, né si provvederebbe a nulla”.

Per vincere le nostre paure, per mantenere il dominio dell’uomo sugli oggetti e sugli eventi, non ci resta che l’educazione, la volontà e l’ottimismo.

Incontrando un argentino in occasione della rassegna che ho già menzionato, questi mi ha fatto conoscere un concetto ed una sorta di tradizione dei suo paese che è il tremendismo – ovvero una forma di esasperare e rendere più tragici gli eventi di quello che sono. Ora, non si vuoi negare che la crisi ci sia e sia reale, tangibile, ma non ci sono oggetti, fatti materiali che i soggetti umani non possano materialmente cambiare o cercare di cambiare se non fermandosi a guardare ciò che accade per poi fare lo struzzo.

 

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