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Privacy: quell’oscuro oggetto del desiderio

settembre 2014

“In mezzo alla folla, mentre viaggiamo, e perfino ai banchetti, i nostri pensieri interiori ci offrono un luogo privato” scriveva Marco Fabio Quintiliano. Inizialmente furono i personaggi famosi, rispettivamente pubblici a tenere in gran conto la loro privacy e ciò proprio perché l’avevano perduta. Il dibattito sulla privacy si era sviluppato sulla scia della stampa scandalistica. In questo contesto il problema che si poneva era soprattutto quello a sapere dove stava il confine tra l’esposizione legittimata dal diritto di cronaca e la “violenza” psicologica verso questi personaggi pubblici. La privacy è una necessità, non meno del cibo e dell’acqua. Parte della sua importanza sta nel fatto ch’essa ci aiuta a mantenere almeno un certo controllo sul modo in cui appariamo al mondo. È una questione di libertà, la nostra, e di quanto volontariamente vogliamo limitarcela. Con i nuovi strumenti tecnologici (internet, email, sms, social network, carte di credito,…) la privacy si è democratizzata nel senso che riguarda tutti noi semplici esseri umani essendosi moltiplicate le possibilità di essere spiati e/o osservati. La maggior parte di noi sente il bisogno di piacere e di essere accettato. Sarebbe strano, e perfino paralizzante, se tutti i nostri sentimenti e le nostre personali abitudini fossero pubblicamente conosciute. Poche persone possono funzionare senza una vita privata. Proust diceva che il sé privato, e più intimo, è e dovrebbe rimanere un segreto, per gli altri e per sé stessi. Il concetto di privacy diventa d’interesse centrale in questa contemporaneità. Di transenna, si può accennare che anche allo scardinamento del segreto bancario si oppongono modelli di tutela della privacy, delle informazioni personali. La legge federale e quella cantonale sulla protezione dei dati personali mirano a proteggere i diritti fondamentali, in particolare la sfera privata e la personalità, di quelle persone i cui dati sono elaborati soprattutto da organi pubblici. Esse sono atte a tutelare anche le raccolte di dati effettuate da privati sulla base di tracce lasciate o fornite spontaneamente o meno da noi stessi? Incombe o no allo Stato il compito di tutelare la parte debole in questo contesto come lo ha fatto a tutela per esempio dei consumatori? Domande legittime. Le risposte però non sono scontate. In un recente libro (Privacy: filosofia e politica di un concetto inesistente), Michele Bocchiola avanza la tesi che il concetto di privacy non resiste alla critica. Altri sostengono che con l’avvento della Rete la privacy non esiste più per il semplice fatto che qualunque atto formale come l’iscrizione ad una associazione, l’acquisto on-line, l’uso di carte di credito, le prenotazioni delle vacanze, effettuate via Internet vengono registrate e rimangono negli archivi della Rete per anni, e possono essere rielaborate per costruire profili socioeconomici di persone, ad esempio da società specializzate in data fishing (ricerca mirata di dati). Insomma, il Grande Fratello del celebre “1984” di George Orwell è abbondantemente superato. Infine vi è chi ritiene che antropologicamente non vi siano nemmeno oggi elementi di novità per cui indignarsi di fronte all’agire di Facebook, Google, Yahoo, Microsoft, Twitter, Amazon,… ritenuti manipolatori di dati sensibili quali possono essere anche le emozioni, i sentimenti. Gli indignati sarebbero colti da nevrosi cospirazionista. Intanto la manipolazione emotiva non sarebbe poi questa cosa tremenda che viene descritta dagli allarmisti. Infatti, in ogni relazione umana ci sarebbe un tasso ineliminabile di manipolazione, il tentativo di persuadere e modificare la psiche dell’interlocutore. Ciò è presente nella relazione sessuale, nel corteggiamento amoroso dove ognuno cerca di mostrare il meglio di sé per condizionare le scelte della persona che peraltro ci ha già stregato manipolando a sua volta e senza permesso la nostra struttura emotiva. Anche la scrittura e la lettura, l’arte e la visione sono attività che modificano la nostra psicologia orientandone i desideri, dando voce alle pulsioni più profonde, elaborando forme d’identificazione o conflitto tra chi scrive e chi legge, tra chi dipinge e chi guarda. Nella politica o nelle arti giuridiche, l’arte della retorica e la padronanza oratoria sono potenti armi di comunicazione. Le campagne elettorali ne sono un esempio lampante. Anche il giornalismo lavora sulla retorica per catturare da subito l’attenzione del lettore. Gli editori scelgono con cura la copertina di un libro o di una rivista affinché attiri l’attenzione di chi entra in libreria. E infine, ma non per minor importanza, la pubblicità che lavora tra psicologia ed estetica. Di certo siamo di fronte a manipolazioni. Se quindi le multinazionali gestiscono Big Data e tentano di influenzarci, ciò non è una novità poiché la vita delle società umane è permanentemente esposta al gioco delle influenze, alle relazioni private e pubbliche che modificano le psicologie dei gruppi e dei singoli. Se sappiamo sempre più che cosa la tecnica può fare per noi, non sono certo che tutti sappiamo come comportarci noi con la tecnica per non ridurre nostri spazi di libertà e privacy.

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