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Anima e responsabilità

20 luglio 2006 – Opinione Liberale

I rapporti tra politica e economia, se mai l’hanno lasciata, sono tornati alla ribalta del dibattito intellettuale in particolare dal momento che si sono potuti constatare i primi effetti perversi della globalizzazione, la quale, a sua volta, è il frutto dello sviluppo tecnologico ma anche della caduta del modello comunista quale contrappunto al sistema democratico e di libero mercato. Il dibattito intellettuale in corso a diversi livelli e su diversi fronti segnala comunque una forte preoccupazione per i destini delle istituzioni politiche (soprattutto quelle nazionali) e di un’economia di mercato senza freni (quindi liberista e non liberale) e senza valori soprattutto laddove i due sottosistemi (politico ed economico) si intrecciano in modo significativo tanto da danneggiare i principi cardine e il buon funzionamento della democrazia. Alcuni correttivi, sostanzialmente identici, vengono proposti sia in ambito economico sia politico partendo da concetti e considerazioni essenziali. In realtà, a livello astratto, si tratta piuttosto di recuperare alcuni principi, la novità consistendo semmai nella loro realizzazione.

Fin dall’antichità, il termine “valore” venne usato per indicare l’utilità o il prezzo di beni materiali, nonché il merito o la dignità delle persone. Se la prima definizione può riferirsi di principio al mondo economico, la seconda è senz’altro qualcosa a cui la politica e i politici non dovrebbero mai venir meno. Ma i valori di fatto sono qualcosa che deve valere in generale e non certo all’interno di sottosistemi chiusi in sè stessi poiché essi possono essere definiti come l’insieme delle cose considerate eticamente buone, idealmente perseguibili o umanamente degne di rispetto.

Adam Smith faceva emergere, nella sua opera del 1776 “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni”, l’egoismo dell’essere umano come elemento di traino del fare umano ma egli temperava questo elemento con un’altra caratteristica dell’essere umano ch’egli definiva, in una precedente opera del 1759 “Teoria dei sentimenti morali”, come la “simpatia” affermando che: “Per quanto un uomo possa essere supposto egoista, vi sono alcuni principî nella sua natura che lo inducono a interessarsi della sorte degli altri e gli rendono necessaria l’altrui felicità, sebbene egli non ne ricavi alcunché, eccetto il piacere di constatarla”. L’avidità di denaro e di potere nonché l’individualismo crescenti negli ultimi decenni hanno fatto prevalere in taluni (sia nel mondo dell’economia e della finanza come in quello della politica) l’egoismo alla “simpatia”. In proposito Guido Rossi ( “Il conflitto epidemico”, Adelphi, 2003, pag. 25 e 138) afferma che “si tratta non tanto di recuperare in astratto la morale individuale classica, restituendole il peso che si suppone abbia perduto, ma di tentare un’operazione molto più concreta, vale a dire l’introduzione di quella che gli antropologi chiamano cultura della vergogna “, e prosegue asserendo che “perché qualcosa possa cambiare, perché il groviglio di conflitti d’interesse che minaccia di soffocare le nostre economie (ndr. e le nostre istituzioni politiche) allenti la sua presa, deve accadere qualcosa su un piano diverso, che forse in questo senso, sì, è quello dell’etica individuale e collettiva”. Nel mondo delle imprese qualche segnale positivo sembra farsi largo proprio in merito al concetto di etica collettiva, sebbene questa rimanga in una logica mercantile, poiché il concetto di “responsabilità sociale dell’impresa” si appresta a diventare un marchio di qualità e competitività. Forse sarebbe troppo pretendere che tale responsabilità sociale d’impresa avvenga anche nel senso “simpatico” di Smith, ciò che presupporrebbe un’attitudine fondamentalmente disinteressata, ispirata a un’ idea di “appartenenza” ad una comunità sempre più globale e identitaria nella quale sentirsi corresponsabili delle sorti e della felicità altrui. D’altro canto, per dirla con Emanuele Severino, auspicando che il capitalismo assuma uno scopo diverso da quello che gli è proprio, si chiederebbe a quest’ultimo di diventare qualche cosa di diverso da ciò che esso è: “ il capitalismo predica male quando pone sullo stesso piano efficienza e solidarietà; ma razzola bene perché in cima pone l’efficienza e in subordine la solidarietà”.

Responsabilità collettiva, delle imprese, di entità organizzate quali sono le istituzioni politiche, partitiche, religiose così come quelle economiche, lobbistiche, sindacali, … Per avere e promuovere una tale responsabilità, queste “collettività” o organizzazioni debbono avere un propria “anima collettiva”? Stando alla nostra realtà partitica cantonticinese, la riposta per il PLRT sembrerebbe essere scontatamente affermativa dal momento che ce ne attribuiscono due di “anime collettive”.

Ma in generale l’anima di un’organizzazione si sostanzia, per le aziende, nel profitto, ma ciò non può essere accettabile in organizzazioni politiche, religiose, artistiche, di volontariato,… laddove semmai la sostanza dell’anima dovrebbe essere il messaggio – disinteressato – di cui si è portatori. L’anima dell’organizzazione si genera o si identifica con la cultura di tale entità che si compone dei valori, degli atteggiamenti, dei convincimenti, delle norme e tradizioni dell’organizzazione. La qualità di questa cultura può essere: forte, debole o innovativa. È forte quando la reazione ad uno shock, un imprevisto, … è immediata e spontanea, perché dovuta all’introiezione dei valori e dei metodi operativi, ma ha lo svantaggio di essere tipica di un’organizzazione a pensiero unico, incapace di una rilettura critica. È debole se il controllo del gruppo dev’essere esercitato attraverso procedure burocratiche, per la scarsa presa dei valori dell’organizzazione sui suoi membri. È innovativa quella cultura che esprime spirito critico, capacità di sfidare lo statu quo. Tra i diversi elementi che caratterizzano la cultura di un partito, ve ne sono due che a mio avviso rischiano di minarne le fondamenta: la cultura del potere e quella della personalità. Parrebbe ovvio ad un occhio critico che nessuna organizzazione e partito può sopravvivere a lungo con una cultura della personalità del singolo politico, o di un gruppo ristretto di essi, ma vale la pena ribadirlo in quanto in questo Cantone mi pare che alcuni non abbiano ancora inteso che nessuno è insostituibile e che il danno per il partito può essere superiore al beneficio che si crede di aver dato o di poter ancora dare.

Vi è poi la cultura del potere quando in un partito questo è concentrato in poche mani (al proposito credo che il modello “Lega dei ticinesi” sia illustrativo sia della cultura della personalità così come di quella del potere al di là del populismo di facciata, ma ne stiamo vedendo le conseguenze!). Il PLRT in questo ambito, con l’ultima riforma statutaria ha invece ampliato le proprie strutture decisionali intermedie cosciente che la cultura di partito si crea e rafforza dal basso.

Il prossimo 3 settembre i membri di questa nostra organizzazione sono invitati alla gita “aziendale” a Bosco Gurin. Un momento d’incontro e di coesione che si spera avvenga con un ampia partecipazione anche di questa base. Governare insieme a voi è un segno di responsabilità collettiva, cultura “simpatica” e innovativa che si rigenera continuamente dal contributo della cittadinanza tutta.

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