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Tempo libero perduto

23 luglio 2010 – Opinione Liberale Rubrica Ballate Maltesi

Nell’era del multitasking e del disimpegno politico

Tempo di vacanze. Molti pensano a mete dove trascorrerle in pieno relax, non solo per il corpo e la mente, ma anche per la morale. Infatti l’etimologia della parola inglese “leisure” (tempo libero) deriva dal medio francese “leisir” che significa “essere permesso” e che a sua volta discende dal latino “licere” da cui il nostro “licenza”. Perciò il tempo libero è licenza, libertà: libertà dal lavoro, dai doveri, per pensare al proprio piacere, lasciando in disparte obblighi e regole. I classici flirt da vacanza sono un buon esempio di questo concetto. Anche se la parola “holiday” (vacanza) significa holy day, ovvero: giorno santo. Oggi questa concezione del tempo libero è dominante. D’altra parte il tempo libero è preferibile al lavoro solo nel contesto di una vita attiva: la mera inoperosità, dopo un po’, è di peso. L’assenza di occupazione non è riposo; una mente del tutto vuota è una mente sofferente. Aristotele, al proposito, ci presenta il tempo libero come l’opportunità di goderci ciò che fa fiorire la nostra personalità: dedicarsi all’arte, riflettere, approfondire conoscenze e amicizie, perseguire l’eccellenza. Se il lavoro serve a garantire le necessità della vita, il tempo libero serve a coltivarne le amenità. Mark Twain scrisse: “Il più gran piacere che si possa trarre dalla libertà, e dal non aver nulla da fare, è il lavoro”. Ciò per dire, come Aristotele, che il tempo libero non è l’opposto del lavoro, ma qualcosa di meglio: l’opportunità di operare per finalità più alte.

Il tempo libero è quindi ozio, esercizio della libertà? Siamo capaci ancora di oziare, e di esercitare davvero la nostra libertà, nell’era multitasking, da un lato, e del disimpegno, dall’altro? Milan Kundera nel suo romanzo “La lentezza” asseriva che “nel nostro mondo, l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato e quindi alla continua ricerca di movimento. Per Kundera l’ozio è la sapienza della lentezza, il conoscere a meraviglia la tecnica del “rallentando” e si oppone alla velocità che è la forma di “estasi” che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo. Se da un lato abbiamo l’ ora et labora, il “negotium” (mercato, lavoro), dall’altro abbiamo l’Otium, ovvero il tempo sottratto agli affari pubblici, alla cosa pubblica (quindi anche alla politica), ma dedicato alla cura della mente. Questo fu il tempo libero amato dagli stoici (Cicerone, Orazio, Seneca), in contrapposizione agli epicurei che prediligevano il totale disimpegno politico-pubblico, l’individualismo, la vita dedita al piacere. Anche Petrarca esalta il tempo liberato dalle occupazioni civili e politiche, purché non diventi inerzia e disimpegno. Un filone questo che avrà fortuna tra gli illuministi, prima che l’ozio diventi lo “spleen” dei romantici, il mal di vivere da “flâneur”, e poi noia esistenzialista con Moravia. Sarà, come detto, la rivoluzione industriale a recuperare l’orgoglio della vacanza in senso etimologico, del vuoto creativo. Ma oggi, cosa è rimasto di questo piacere umanistico dell’ozio? Nulla o quasi. Una caratteristica di quel dolce far niente era la gratuità. Ma oggi l’industria del tempo libero (dell’entertainment), che ci invade, poco fornisce di gratuito e soprattutto ci impone orari fissi (cinema, palestre, programmi tv, happy hour, …) da mettere in agenda. Quindi lo sviluppo aumenta o riduce il nostro tempo libero e soprattutto la nostra Vera Libertà? Pare che nessuno abbia più tempo da dedicare agli altri, alla cosa pubblica, ma allo stesso tempo siamo affetti sempre più da una ossessione compulsiva volta ad occupare ogni attimo della nostra giornata navigando in Internet, consultando blog, social network, o facendo zapping televisivo. Nell’era della velocità, il minimo vuoto genera immotivati sensi di colpa. Invece, tornando a Kundera: “Nella matematica esistenziale questa esperienza si riassume in due equazioni: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio”. Chi vuole dimenticare accelera il passo. Nell’iperattività che ci travolge (i nostri figli sin dall’infanzia) dimentichiamo la nostra storia, le nostre conquiste, e tra queste quelle per le nostre libertà. E così il nostro tempo perso, è tempo perduto. La nostra libertà è pure perduta se stiamo a quanto Alexis de Tocqueville, teorico del liberalismo, scrisse, ovvero: “C’è un passaggio molto pericoloso nella vita dei popoli democratici. Quando l’appetito dei godimenti materiali si sviluppa più rapidamente della pratica della libertà, arriva un momento in cui gli uomini perdono la testa […] A cittadini del genere non c’è bisogno di strappare i diritti che posseggono: essi stessi se li lasciano volentieri sfuggire. L’esercizio dei doveri politici appare loro un contrattempo noioso, che li distoglie dalle loro occupazioni. Se c’è da scegliere i loro rappresentanti, da dare mano forte all’autorità o trattare in comune la cosa pubblica, manca loro il tempo: mai potrebbero sprecare un tempo tanto prezioso in lavori inutili […] Per meglio vegliare su quelli che essi chiamano i loro affari o interessi, trascurano il principale, che è di restare padroni di se stessi. Succede così che, non volendo i cittadini pensare alla cosa pubblica e non esistendo più la classe che potrebbe assumersi la cura di quest’ultima, il posto del governo resta come vuoto. Se in questo momento critico un ambizioso abile arriva ad impadronirsi del potere, trova aperta la strada a tutte le usurpazioni. Basta che vegli per un certo tempo a che tutti gli interessi materiali prosperino, e lo si dispenserà facilmente da tutto il resto.” Quanto attuale sia questa osservazione lo si può constatare osservando quanto avviene non lontano dalla nostra realtà! Per questo appare sempre necessario affidarsi al mito platonico del Protagora e fare in modo che la scienza politica, l’arte della politica venga distribuita da Hermes, per ordine di Zeus, a tutti, ma proprio tutti, gli uomini affinché, avendo ricevuto senso del rispetto e della giustizia, non restino spettatori colpevoli e inattivi dell’usurpazione delle loro libertà da parte di pochi privilegiati imbonitori.

Concludo constatando che parte del mio tempo libero, l’ho dedicato a scrivere questo articolo. Avrò oziato in senso umanistico o avrò cercato anch’io di occupare compulsivamente il mio poco tempo libero?

Per saperne di più:

Milan Kundera, La lentezza; Senofonte, Memorabili (2,1,1-14); Aristotele, Politica (1253); Cicerone, Lo Stato(1,2-1,9); Sallustio, La Congiura di Catilina (8,5); Seneca, De otio e De tranquillitade animi; Platone, Repubblica (496 c-e e 497 a-b); Francesco Petrarca, De vita solitaria; Paul Laforgue, Diritto all’ozio; Bertrand Russell, Elogio dell’ozio (1932); Jerome K. Jerome, I pensieri oziosi di un ozioso; Hermann Hesse, L’arte dell’ozio; Alberto Moravia, La noia; Robert Musil, L’uomo senza qualità; Italo Svevo, Il mio ozio; Bertold Brecht, Aspettando Godot; Armando Torno, Elogio dell’ozio (2001); Domenico De Masi, Ozio creativo; Fabio Massimo Lo Verde, Sociologia del tempo libero; Zygmunt Baumann, Vite di corsa, Come salvarsi dall’effimero; Ivano Dionigi e AA.VV, Elogio della politica, (Otium , Negotium);Alexis de Tocqueville, La democrazia in America; Platone, Protagora (322b-d).

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