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Stato e Religioni

25 Maggio 2005 – Corriere del ticino

Senza volerne minimizzare l’importanza, il dibattito politico cantonticinese sembra per ora ancorato e concentrato agli aspetti di bilancio. Poche quindi le occasioni e gli spunti per affrontare questioni di cultura politica e di spessore filosofico. Tra queste tuttavia vi è la rinascita del dibattito riguardante i rapporti tra Stato e Chiesa e, di riflesso, tra Partiti e Movimenti religiosi, tra etica laica e morale religiosa. Il tema é ritornato d’attualità anche a seguito della scomparsa di Papa Giovanni Paolo II “il Grande” e alla designazione del suo successore Benedetto XVI, con tutto ciò che questo ha comportato come retrospettive e proiezioni future. Il tema è storicamente e materialmente ampio e per grandissima parte esula pure dalle conoscenze di chi scrive. Tuttavia oso entrare in argomento. Innanzi tutto va premesso che il discorso alle nostre latitudini prende di solito come termine di paragone, per raffronto al ruolo dello Stato, la Chiesa cattolica, rispettivamente quella protestante poiché più conosciute nei contenuti e nelle forme e più vicine alla nostra realtà sociale (almeno per ora). In realtà il discorso riguarda più in generale anche le altre religioni, ed è proprio qui il nocciolo del problema. Intanto si deve chiarire che essere laici non equivale ad essere anticlericali e che non ci si può limitare a contrapporre credenti e non credenti. Laico, secondo una definizione possibile, è chi non accetta alcuna verità rivelata come fondamento dello Stato (può invece assumerla a fondamento della sua esistenza, se credente). Il laico sviluppa l’intelligenza critica e separa la religione dalla politica, la morale dal diritto, ma è anche colui che lascia ai singoli la piena libertà (e responsabilità) di coscienza e culto assieme alla facoltà di promuovere la loro fede nel rispetto delle convinzioni altrui. Oggi le chiese, con intensità diverse, sembrano invece voler rientrare nella sfera pubblica con rinnovata autorevolezza. Nel cristianesimo si fa leva in particolare su due aspetti: la volontà di rafforzare la famiglia intesa come cellula “naturale” della società (educazione religiosa dei figli, tutela della vita dalla procreazione alla morte, matrimonio eterosessuale, …) e la polemica a fronte del relativismo etico e dell’individualismo che sarebbero – e forse lo sono anche – alla base della deriva nichilista cui le attuali democrazie laiche e pluraliste occidentali sembrano destinate. Proseguendo nell’opera di Giovanni Paolo II, e al pari di lui, Benedetto XVI vede sgretolarsi le “fondamenta morali prepolitiche della democrazia” a causa del relativismo, della mancanza di riferimenti etici che invece la religione cristiana può dare come rafforzamento, al suo interno, della democrazia. La Chiesa ha certo anch’essa le sue ragioni di voler assumere un ruolo da protagonista sulla scena politica per colmare quelle lacune che ritiene di percepire nel pensiero laico. Quando sembra che per centinaia di milioni di persone la politica, gli Stati e gli organismi internazionali non siano più in grado di gestire e portare a soluzione problemi globali; quando sembrano apparire i sintomi di un malessere dovuto all’impressione che la storia sia sfuggita di mano alla progettualità umana e che il razionalismo (scientifico, tecnico, filosofico ed etico) non riesca a tenere sotto controllo le sorti del genere umano, le chiese si fanno carico di queste problematiche facendo capo alle loro verità rivelate e ai loro precetti contenuti nelle sacre scritture per aprire squarci di incondizionata speranza verso un futuro riscatto da questo mondo colmo di ingiustizie e sofferenza. In questo senso il rapporto tra chiese e laici deve essere di collaborazione e non di contrapposizione. Da un lato, il laico “illuminato” sa di dover collaborare con le religioni per ridurre i pericoli di un mondo che minaccia diritti e libertà degli uomini, ma dall’altro, teme che consolidare la politica attraverso il credo religioso indebolisca il pluralismo e l’autonomia delle scelte individuali e sociali (ossia anche quelle religiose). Consapevole dei limiti della razionalità e della progettualità umane, il laico rifiuta di disertare da questo mondo pur avendo presenti le esigenze ideali e concrete che spingono l’uomo verso il trascendente. Il laico resiste alla seduzione dei dogmi e delle ideologie usate come riempitivi di quei vuoti lasciati in modo inevitabile da ogni tentativo di comprendere e dominare la realtà. Il laico “illuminato” dialoga e cerca il dialogo con le religioni quali fonti di speranze, desideri e paure e perché il dialogo apre orizzonti nuovi e allontana l’ottusità dei “falchi” di tutti gli schieramenti.

In una società moderna non può, né deve esserci contrapposizione o competizione tra etica laica e morale religiosa ma dialogo e interazione. Se oggi è possibile in Occidente l’esercizio della libertà religiosa, è proprio perché vi è una buona etica laica nello Stato. L’etica laica è figlia delle guerre di religione, ed essa cerca perciò di mettere al riparo la libertà dei cittadini (quella religiosa tra altre) dall’intolleranza degli assolutismi. Almeno sui precetti più importanti la morale cattolica non è una morale autonoma proprio perché tali precetti sono condivisi dal senso comune (ad es., “non uccidere”, “aiuta i bisognosi”, …) e pertanto non si pone neppure la questione – perniciosa per le chiese stesse – dell’autorità morale da cui debbono provenire tali precetti. Infatti è più in deficit morale colui che aiuta un bisognoso perché ritiene che sia una cosa da fare o colui che lo fa perché gli è prescritto dalla propria morale religiosa?

Matteo Quadranti

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