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Quale futuro per il Ticino?

8 novembre 2013 – Opinione Liberale- Rubrica Ballate Maltesi

Presupposti concettuali e culturali

Il cambiamento e la nostra condizione abituale, la costante della nostra vita. Rispetto al cambiamento possiamo: (1) decidere se resistervi (inutilmente); (2) adattarvisi di volta in volta (reagendo), o (3) giocare d’anticipo (in modo proattivo). Per anticipare il futuro sono necessari approcci avanzati che vadano oltre i tradizionali modelli di previsione basati sulla proiezione in avanti delle esperienze passate. Bisogna approfondire i segnali deboli, i trend emergenti e i percorsi diversi di evoluzione. Il tutto per rispondere ad un cambiamento che è sempre più accelerato, interconnesso e discontinuo. Si tratta di affrontare la complessità del reale ed il suo perenne cambiamento. La velocità del cambiamento è diventata esponenziale. Vivere in tempi esponenziali comporta un presente sfuggente, compreso quando già sta scomparendo, e un futuro sempre più vicino. Anche quando la vita scorreva più lenta, la complessità esisteva, ma non veniva percepita. Oggi tutti se la sentono addosso. Il ritmo si è fatto serrato. Il mondo cambia come i disegni di un caleidoscopio: le tendenze si espandono, si contraggono, si disgregano, si fondano, si disintegrano e svaniscono, mentre altre si formano. Nulla resta costante. I trend più importanti non conoscono confine e condizionano ogni aspetto della società. Il futuro ci arriverà addosso in modo sempre più accelerato, ma non solo. Il futuro arriva con passo felpato ma poi arriva però il momento dell’agguato. Dobbiamo saper cogliere i segnali. Ogni adulto sa che un mago non può produrre un coniglio senza che esso sia già nascosto nel suo cappello; allo stesso modo, le sorprese quasi mai emergono senza un segnale d’allerta. I segnali deboli sono quelli difficili da individuare, ma non nel loro impatto potenziale che può essere molto rilevante. Come il coniglio di un mago è già nel cilindro prima che noi lo vediamo, così il futuro è già qui anche se non lo vediamo ancora in modo chiaro. La creazione del futuro tramite nuove idee, la sfida alle idee dominanti, le innovazioni presuppongono una certa dose di disobbedienza ai canoni precedenti; ma possono dirsi realmente innovazioni solo se vanno a buon fine. Altrimenti rimangono solo tentativi, disobbedienze che non portano vantaggi reali (cfr. Movimento della Lega che malgrado i proclami roboanti, l’attitudine incoerente e disordinata da ribelle – pur stando al governo del Paese – di fatto non ha conseguito risultati e cambiamenti generalmente postivi in 20 anni, anzi!). I veri innovatori sono quelli che non solo rompono schemi mentali consolidati, ma che sono anche capaci di trarre frutto da queste discontinuità. In altre parole l’innovazione è una disobbedienza andata a buon fine.
Di cosa abbiamo bisogno?
Sogno, visione e mito sono i reali motori del cambiamento in quanto sono l’immaginario rispettivamente del singolo, del gruppo e del sociale. Leopardi spiega cosa ci dona l’immaginazione: “l’immaginazione è la prima fonte della felicità umana”. Einstein afferma che: “la logica di porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque”. Lo scrittore americano Carl Sandburg ci rammenta che: “nulla succede se prima non vi è un sogno”. Martin Luther King rivolgendosi agli afroamericani disse: “io ho un sogno”, non disse ad esempio “ho un piano quinquennale” o “ho un piano d’indirizzo e finanziario di legislatura”. I miti guidano ed accompagnano da sempre i grandi cambiamenti sociali. E le visioni guidano, su scala minore, i cambiamenti delle organizzazioni. Convivere con il cambiamento ci regala in ogni modo un orizzonte infinito; come ricorda Schopenhauer: “solo il cambiamento è eterno, perpetuo, immortale”. Il futuro appartiene a chi sa immaginarlo. Come evitare le trappole del futuro? Dove e come cogliere i segnali deboli e i trend più positivi e meno dannosi dal profilo dell’impiego, della socialità e dell’ambiente? Dovrebbe essere questa la sfida alla quale i politici dedicano la maggiore attenzione. Invece i governi si limitano a pregare perché arrivi una forte ripresa, preferendo optare per l’illusione poiché la realtà è troppo cupa. In altri casi assumono iniziative protezionistiche, di chiusura anche del mercato del lavoro deviando l’attenzione dei cittadini illudendoli che così facendo potranno recuperare i loro posti di lavoro. La politica si coniuga al futuro, tempo della promessa e della speranza? O al presente, dove l’orizzonte si appiattisce, spesso sulla gestione dell’esistente, sull’amministrazione, su un pragmatismo senza sogno né respiro? L’attualità politica è un mero disbrigo degli affari correnti e limitati al prossimo Preventivo 2014 e al massimo ai prossimi due anni di legislatura. Molto più difficile oggi motivare le persone attorno a un tema, non abbiamo obiettivi su cui fare campagne perché viviamo in questo costante presente. Se viviamo in uno “shock da presente” tutto quello che dobbiamo fare è imparare ad abbracciare questo presente, piuttosto che tornare in dietro; è la reazione automatica dei conservatori radicali quella di rivolgersi al passato. Ma il passato non torna, almeno non facilmente. Non solo i media ma i cittadini stessi, e soprattutto il ceto medio, chiedono alla Politica una visione per tornare a credere in un Ticino vincente. Il Ticino potrà esserlo se vi sarà innanzitutto più unità e meno litigiosità. Sulle visioni, guardando a cosa si fa non troppo distante da noi, qualche idea ce l’ho. Su come raggiungere maggiore unità, temo sia più dura senza un cambiamento culturale. Vediamo cosa uscirà dal prossimo congresso cantonale.

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