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Micro e macro-politica

20 marzo 1999 – La Regione

Rispondendo a Monsignor Francesco Ingoli che aveva messo in dubbio il moto della Terra, Galileo Galilei portò il seguente paragone a sostegno della tesi contenuta poi nel suo successivo trattato “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”:
“Dirò bene – scrive Galileo nel 1624 – che il nostro mondo sia grandissimo in comparazione al mondo dei lombrichi e dei vermi, i quali, non avendo altri mezzi da misurarlo che il senso del tatto, non lo possono stimare più grande di quello spazio che essi occupano “. Il verme diviene qua il protagonista di un esperimento liberatorio e paradossale insieme : bisogna immaginarci piccoli per percepire ciò che è grande ; bisogna avere coraggio, e la fantasia necessaria, per cambiare il proprio punto di vista.
Nello scenario politico d’oggi ci vogliono forse meno boria e più umiltà e senso dello Stato. Immaginarci piccoli politici ci aiuterà ad essere più vicino alla gente, al cittadino – cliente dell’amministrazione. Tuttavia, l’umiltà non deve andare di pari passo con la limitazione di vedute che impedirebbe di percepire la grandezza e la complessità dei problemi di questo villaggio globale. C’è gran bisogno quindi di coraggio, fantasia e capacità di proiezione in avanti per modificare l’approccio politico dei problemi: non più politichetta urlata ma politica seria e “macro-politica”.
C’era una volta l’economia nazionale fatta di monopoli statali, di relazioni con l’estero condizionate da decisioni politiche e fiscali di tipo protezionistico, di leggi contro i cartelli e la concorrenza sleale. Poi la rivoluzione informatica, la caduta di vecchi “muri” politici e quindi la creazione di nuovi mercati emergenti a basso costo strutturale e di manodopera, la liberalizzazione dei mercati hanno condotto ad una frenetica concorrenza. Per combattere quest’ultima, l’economia ha indotto le aziende a procedere a continue fusioni ed acquisizioni a livello nazionale e soprattutto internazionale creando così multinazionali sempre più grandi e potenti. La conseguenza è che la concorrenza, quale elemento basilare dell’economia, invece di accrescersi a beneficio del consumatore, è diminuita. Quale effetto perverso, o meglio quale effetto boomerang, si ha che le multinazionali hanno messo in scacco gli Stati nazionali ed i loro tentativi protezionistici. Mentre su quelli che erano i monopoli e le aziende a carattere prevalentemente nazionale, lo Stato poteva vantare degli strumenti di controllo e di regolazione, sui giganti economici transnazionali lo Stato è più spesso costretto a subire. Esso subisce le bizze del mercato che determinano talvolta repentini mutamenti nelle scelte operative e strategiche, nonché i trasferimenti degli ingenti capitali di queste megasocietà. Oggi interi settori produttivi o centri decisionali vengono trasferiti da un paese all’altro con una facilità inesistente sino ad un decennio fa. Lo Stato rischia inoltre di subire le conseguenze di un tracollo finanziario di tali colossi (Crisi Asiatica e Brasile insegnano). Ebbene sì, la grandezza di queste società non le rende comunque esenti da pericoli di fallimento. In tal caso lo Stato più direttamente interessato si vedrà quasi costretto ad intervenire a sostegno di tali aziende, tra l’altro, per l’enorme coinvolgimento occupazionale che esse implicano. Da un lato quindi lo Stato sembra avere meno strumenti per vedersi remunerato in termini fiscali per le prestazioni che fornisce o le sono richieste da queste potenti società sotto diverse forme, mentre i rischi a carico appaiono assai più importanti. Ma il processo in corso sembra essere, almeno apparentemente, irreversibile e comunque non lo sarebbe a breve e medio termine. Dacché ne consegue che delle due cose l’una: o la politica cede all’economia globale o essa cambia registro e diventa anche “macro-politica”, in altre parole una politica che si occupa prevalentemente della regolazione dei grandi sistemi che disciplinano i rapporti tra Stati, fra loro, ed Economia globale. Con tale termine non intendo quella che viene definita semplicemente politica estera e/o politica internazionale, bensì una branca della politica che abbia a dibattere i princìpi etici e determinare i confini entro i quali l’economia mondiale deve comunque essere imbrigliata per evitare la decadenza di conquiste ottenute negli ultimi secoli.
In periodo d’elezioni cantonali, quanto sopra riferito può apparire poco pertinente. Tuttavia pur volendo affrontare quella che definirei – senza volerla svilire, ci mancherebbe altro – “micro-politica”, mi sembra opportuna una riflessione: quando andiamo a formulare proposte o progetti politici d’ampiezza cantonale e/o comunale, che ciò avvenga nei consessi istituzionali o nei ritrovi pubblici (bar, piazze, …), non dimentichiamoci di rivolgere il pensiero al contesto mondiale in cui c’inseriamo giocoforza prima di sfoderare dal cappello soluzioni magiche ma purtroppo, spesso, del tutto unilaterali.

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