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Lo sbilancio del bilancio

27 novembre 2008 – Opinione Liberale Rubrica Ballate Maltesi

…e la rivoluzione

Una grossa e importante fetta dell’azione dello Stato moderno è la sua politica economica. Questa politica economica è politica poiché è decisa dai politici in base a considerazioni che in una democrazia non prescindono mai da calcoli elettorali. Ma il suo oggetto è l’ economia, la quale – non si scappa – alla fine “rende i conti” poiché i suoi risultati sono misurabili e in quanto tali non sono materia di opinione. Per talune forze politiche il momento della verità è differibile e la verità oscurabile. Ma in politica economica il momento della verità arriva: e oggi quel momento è arrivato. Si può concordare che la “buona politica” del conservatore sarà sempre la “cattiva politica” del socialista – benché questo, di fatto, sia oggi più conservatore dei conservatori -, e viceversa. Si può altresì condividere che la “politica populista”, semplicemente non è politica. Infatti il populista naviga a vista e cavalca le onde dei timori, delle passioni, delle scadenze elettorali a breve termine, ma ciò non è “arte del governare” bensì, o semmai, “arte del manipolare” la popolazione. Walter Lippmann scriveva che “si può presumere che l’interesse pubblico sia quel che gli uomini sceglierebbero se vedessero chiaramente, pensassero razionalmente, agissero disinteressatamente”. Quest’ultimo aspetto in particolare è preoccupante oggi.

Governare significa ben più che tenere a galla la barca sino alla prossima spiaggia: bisogna portare la nave in porto ben rifornita e in grado di rifarsi carico delle nuovo viaggio verso il futuro destino. L’immagine del condottiero spesso rappresenta il comandante di vascello che, col binocolo, guarda lontano. Ed è questa una capacità che è venuta meno a qualche persona, la quale vede oggi la notizia di ieri e domani l’ha dimenticata, che persegue il guadagno personale a breve creando danni collettivi (sociali e societari) immensi a medio/lungo termine (ogni riferimento alla crisi del settore finanziario e al sistema dei “megabonus deresponsabilizzati” è decisamente voluto).

D’accordo: la politica non è da relativizzare in questo modo, ma talvolta semplificando non si sbaglia del tutto. Una democrazia che non riesce a controllare la spesa è una “democrazia in deficit” e afflitta da “cattiva politica”. Non è ideologia affermarlo, ma, semmai, lo è il negarlo. Nella dottrina della divisione dei poteri, il Governo può spendere solo quanto il Parlamento gli passa (e oggi parecchi parlamentari se lo dimenticano per comodità, scaricando le responsabilità solo sull’esecutivo e l’amministrazione); e il parlamento era in passato un guardiano avaro perché rappresentava chi pagava. Ma con l’estensione del suffragio diventarono elettori anche i nulla o poco tenenti, coloro che non pagavano. E così al rappresentante che frena la spesa subentrarono i rappresentanti acceleratori di spesa perché ne rappresentavano i beneficiari. Dalla no taxation without representation si è passati alla formula more taxation via representation. Col passaggio dallo Stato minimo allo Stato tuttofare al quale si chiede di rimediare a tutto, i parlamentari diventano ancor più spendaccioni dei governi.

Se i bilanci statali sono stati grosso modo in equilibrio fino alla seconda metà del secolo scorso, è anche perché – potere delle parole – la maggior parte della gente concordava con l’idea che un bilancio, per essere tale, si doveva bilanciare e quindi stare in equilibrio. Tale condivisione del concetto pare essersi rotta con Keynes. Attenzione: non è che Keynes raccomandasse lo “sbilancio” del bilancio, ma, cambiando parte della composizione politica, sono subentrate forze partitiche o politici nuovi e semplificatori secondo cui – recependo solo ciò che fa loro comodo- anche Kenyes autorizzerebbe l’indebitamento e la spesa senza copertura. La frase “Tanto i soldi ci sono!” ci ha sfracassato … le orecchie tanto viene urlata e scritta a destra e a manca. Forse, in un mondo consumistico e deresponsabilizzato, siffatti politici, al pari di molti individui, sono talmente abituati all’indebitamento che non si preoccupano di spendere soldi che non sono i loro, ma delle generazioni a venire.

Il problema è che la società attuale sta diventando una società di diritti-spettanze nella quale i cittadini si sentono creditori di dovuti , di cose che loro spettano. Se prima vi era un rapporto equo tra diritti e doveri, oggi tale rapporto si è spezzato. Inoltre dai diritti senza costo (garanzie di libertà), che non si trasferivano nel bilancio dello Stato come voci di spesa, si è passati ai diritti-benefici che costano. E la società delle spettanze, tra l’altro, fruisce di generosità che non apprezza. Si badi bene che questo non è affatto un discorso contro la solidarietà che è tra i valori fondanti del liberalismo. Infatti il punto non è sul “quanto” delle erogazioni destinate ai bisogni sociali, bensì sul “titolo”, sulla loro giustificazione e quindi sulla loro equità, che non è mai tale quando detti aiuti sono a innaffiatoio o privi di contrappesi. Tawney scriveva che “l’ineguaglianza è facile perché richiede solo di galleggiare con la corrente, laddove l’eguaglianza è difficile perché ci chiede di nuotare contro corrente”.

E allora cosa aspettiamo a rivoluzionare i conti dello Stato e attuare la legge sul freno all’indebitamento? La rivoluzione che noi liberali radicali dobbiamo tornare a fare non è quella spiccia volta la solo Preventivo 2009 bensì quella a medio/lungo termine. Diamoci una mossa!

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