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Lezioni di politica sociale

20 marzo 2009 – Opinione Liberale Rubrica Ballate Maltesi

forniteci da un illustre asilante

“Le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati o per chiudere il loro bilancio con un saldo in utile; ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto col servire nel miglior modo il pubblico”. Sono parole di Luigi Einaudi pronunciate nell’aprile 1945, quando, poté leggere la sua “Relazione del Governatore della Banca d’Italia per l’esercizio 1943” al suo rientro da un periodo (1943-1944) quale richiedente d’asilo in Svizzera. Cinquant’anni fa, il 6 giugno 1959, Einaudi fu nominato “doctor honoris causa” della Facoltà di Diritto dell’Università di Ginevra (che, di trasenna, mi fregio d’aver frequentato) anche per la penetrazione del suo pensiero, la sua posizione umanista e liberale. Fu Presidente della Repubblica italiana dal 1948, ovvero nell’immediato Dopoguerra, quando si trattò “di ripartire da zero”. In periodi di crisi quale quello che viviamo, laddove appare sempre difficile ritrovare la bussola, vale forse la pena richiamare all’attenzione le “Lezioni di politica sociale” scritte, nel suo periodo svizzero ed edite per la prima volta 60 anni fa (1949), da Luigi Einaudi: un liberale che ebbe a che fare col sistema bancario, con un periodo di crisi e ricostruzione e che fu anche un esempio di autorevolezza, coerenza e rigore etico. In sintesi si tratta di tirar fuori gli a… (pardon!) gli anticorpi liberali al populismo dilagante, all’iperliberismo, al neocorporativismo/ clientelarismo, che nulla hanno a che fare col liberalismo. A queste altre forme di azione politico-economica si potrebbe affiancare l’affermazione di Joseph Joubert (scrittore illuminista,1754-1824) secondo cui “E’ impossibile maneggiare gli affari senza sporcarsi di cupidigia”.

Per Einaudi (a) la società sana è quella in cui fra individuo e Stato abbia esistenza autonoma una fitta rete di organismi intermedi (la famiglia, il collegio elettorale, la scuola, le associazioni dei lavoratori e i partiti politici, concepiti quest’ultimi come unione di persone interne ad un programma piuttosto che come organismo burocratico intorno ad una rigida ideologia); (b) una società è libera se sono delimitati rigorosamente i compiti e i poteri dello Stato ed è riconosciuto alle minoranze il diritto di esprimere non conformisticamente il proprio pensiero. Einaudi elogiò lo Stato creatore di infrastrutture e promotore di benessere tramite la spesa pubblica e sostenne che lo Stato doveva essere il tutore delle generazioni future e difendere i cittadini più deboli da imprenditori (oggi diremmo anche manager) senza scrupoli. Il politico Einaudi seppe distinguere ciò che era davvero fondamentale senza perdersi in particolarismi (ciò che mi pare essere sempre meno il caso alle nostre latitudini e in tempi recenti ed attuali), aveva il senso della tolleranza, del libero confronto delle idee (in fondo, non è mai l’opinione degli altri che ci dispiace, bensì la volontà ch’essi talvolta hanno d’imporcela quando noi non lo vogliamo), rifiutava la retorica e usava della critica non per demolire (si vedano i giornali e movimenti populisti di oggi) ma per meglio costruire.

Le “Lezioni” si suddividono in 3 parti: (1) L’economia di mercato, la quale dev’essere consapevole che al mercato non si può chiedere di ridistribuire doverosamente la ricchezza in modo da soddisfare i bisogni della popolazione. Il mercato è un mezzo della giustizia distributiva e non un fine. Il mercato è un’invenzione sociale preziosa ma non è autosufficiente: esso necessità di istituzioni e ordinamenti civili. Non si può chiedere che il mercato ci dia più di quanto è in grado di dare. Esso non va demonizzato, ma compreso e inquadrato.

(2) Alcuni problemi di politica sociale. Einaudi è decisamente contrario alla garanzia statale di un contributo distribuito a tutti per un minimo vitale; è scettico sull’assicurazione disoccupazione (incentivo all’ozio o all’irresponsabilità sindacale) mentre sostiene la pensione di vecchiaia, il sostegno alle famiglie numerose e l’assistenza a quelle povere.

(3) Concetto e limiti dell’uguaglianza nei punti di partenza. Einaudi sostiene l’istruzione a tutti i livelli a costi accessibili per tutti, la refezione scolastica, il sostegno alla famiglia, la necessità di un limite nelle differenze di reddito e di patrimonio, l’importanza di un ceto medio prospero, uno Stato o pubblica amministrazione da cui il cittadino non debba dipendere per la propria sopravvivenza onde evitare di avere degli uomini giocoforza ubbidienti al volere di funzionari e politici invece che degli uomini liberi.

Queste “Lezioni” seppelliscono definitivamente l’idea errata di un Einaudi liberista, senza sensibilità sociale e politica. Il liberalismo era per lui, come per molti altri tutt’oggi, quella politica che concepisce l’uomo come fine e che quindi fa tutto ciò che porta al perfezionamento dell’uomo. Nel 1899 (110 anni orsono), Einaudi scriveva il “Programma economico del partito liberale” con cui sosteneva la piena compatibilità tra una avanzata politica sociale e la politica liberale; una economia umana e umanistica, che crei la gioia del lavoro, la bellezza delle città, che non sia dominata dal gigantismo e dall’ossessione del capitale, dall’inquinamento e dalla distruzione della natura.

Ad Einaudi fu imputato da qualcuno di essere un uomo dell’Ottocento benché con la sua opera abbia marcato pragmaticamente buona parte del Novecento. Altri tempi? Forse, ma in quest’inizio di terzo millennio pare che il suo pensiero e i suoi moniti siano ancora molto attuali.

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