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Le debolezze del sistema

Un nuovo contratto sociale

Minouche Shafik è una donna fuggita dall’Egitto negli anni ’60, già vicepresidente della Banca Mondiale, segretaria generale del Fondo Monetario internazionale, vice-governatrice della Banca d’Inghilterra e ora alla testa della London School of Economics. Nel suo recente libro “Quello che ci unisce. Un nuovo contratto sociale per il XXI secolo” (Mondadori), questa donna di economia e finanza, parte dalla constatazione che il mondo, dati alla mano, non è mai stato così bene. Tuttavia, si è resa conto che in realtà crescono insoddisfazione, insicurezza, individualismo e conflitti tra generazioni, città e periferie, uomini e donne. Da qui, ella propone un nuovo contratto sociale per sconfiggere populismi, diseguaglianze crescenti e disporre di uno Stato che dia tre cose: un minimo indispensabile per garantire una vita dignitosa, sicurezza economica (riducendo precariato, stabilendo un sistema meritocratico) e sanitaria. Quindi ripensare a come cresciamo i figli, al sistema educativo, alle regole del mondo del lavoro, alla sanità, welfare e assistenza agli anziani. Tre le pietre angolari: (1) dare le stesse opportunità a tutti, dovunque siano nati e indipendentemente dalla classe sociale o genere; (2) l’istruzione per sviluppare al massimo i talenti. Rompere le barriere sociali e di genere paga: ad es. la fine del predominio dell’uomo bianco negli USA ha fatto aumentare la produttività tra il 20 e il 40% in mezzo secolo, a livello di genere in Svizzera siamo messi abbastanza bene infatti da noi le donne che lavorano sono il 62% a fronte del 69% in Svezia e del 40% in Italia, ma poi la maternità blocca certe carriere per cui bisogna investire nella cura dei figli sin da piccoli per non perdere piccoli talenti in erba, con aiuti fiscali e asili nido diffusi e adeguati (già dal primo anno tenuto conto che i primi anni sono quelli in cui il nostro cervello apprende di più e facilmente), incoraggiare natalità e congedi genitoriali (i figli, è scientificamente provato, traggono benefici dalla presenza anche dei padri); (3) gli enti pubblici devono assicurare una equa divisione dei rischi. Il “noi” deve diventare più dell’”io”. Dovremo lavorare più a lungo e curarci di più a titolo preventivo nell’interesse comune generale per non sbilanciare il welfare. Le aziende dovranno pagare contributi e tasse giuste (non potrà essere un tabù) e chi inquinerà dovrà risarcire. Per l’autrice a cui mi riferisco, la minimum tax di Biden e le mosse dell’OCSE in questo ambito e le pretese di maggiore e concreta trasparenza delle imprese circa l’impatto ambientale vanno nella giusta direzione. Ai politici un invito finale da parte di questa economista: la ricerca dimostra che la qualità della vita conta di più per gli elettori; quando decidono di votare, stare bene è più importante del conto in banca. Insomma, per essere rieletti bisogna occuparsi della felicità della gente. Il miglior modo di predire il futuro è crearlo, sosteneva Lincoln. Da noi molto di quanto suggerito sopra si sta discutendo ma ancora molto vi è da realizzare. Un cambio di mentalità e la rottura con certi tabù, tuttavia, si impone, ora e non domani.

 

Matteo Quadranti, deputato PLR