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Il Ticino delle opportunità

Marzo 2003 – La Voce

1803-2003: sono trascorsi 200 anni da quando il Cantone Ticino ha acquisito la propria autonomia in seno alla Confederazione grazie all’Atto di Mediazione di Napoleone Bonaparte. Nessuno può negare, salvo ricorrere a falsi storici, che i liberali radicali hanno contribuito più di ogni altra forza politica in questo lungo periodo, alla crescita economica e sociale nonché civile della nostra popolazione.

Ciò é dovuto senz’altro ai valori fondamentali del liberalismo ma anche al metodo liberale.

Infatti, nessun altro partito é libero da condizionamenti dogmatici e ideologici o utopie populiste come lo é il PLR.

Ed é in questo che sta la forza del metodo liberale, ovvero nella flessibilità e capacità di reazione ai mutamenti della società e dell’economia; nella determinazione e nel convincimento di dover convivere con altre forze politiche e gruppi d’interesse senza soccombervi ma anzi condizionandone le scelte e i cambiamenti di fronte. La forza del PRL sta nelle persone che lo compongono e che agiscono con responsabilità e senso dello Stato promuovendo la libertà individuale, la tolleranza, il pluralismo, la laicità, la giustizia sociale e facendosi carico – con onestà in senso lato – delle preoccupazioni dei cittadini (occupazione; sicurezza; formazione; giustizia; equilibrio tra regioni, tra centri e periferie).

Rammento ancora il discorso del compianto Consigliere di Stato Giuseppe Buffi al congresso del 1999 laddove affermava che non si trattava per il nostro partito d’indicare una convivenza ideale per una società ideale o immaginaria (come invece é stato il caso di altre forze politiche e ideologie) bensì di affrontare una “società necessaria” / reale dai presupposti intoccabili dove tutti – settore pubblico e privato, singole persone o gruppi d’interesse – devono farsi carico delle sfide che ci attendono rinunciando a qualche privilegio.

In questa società necessarie – diceva Buffi – molti compiti sono da affidare alla libera iniziativa, all’imprenditorialità e al mercato, su cui non dovranno pesare troppi vincoli, e divieti, carichi o pedaggi burocratici. Ma valga l’avvertenza che anche il mercato, dal canto suo, non potrà mai fare a meno di un’etica delle regole, senza le quali si trasformerebbe in giungla. Non é nell’interesse di nessuno, né dello Stato né dell’azienda, né dell’istituto bancario né del singolo, un domani senza più certezze, senza più orizzonti sicuri, dove prevalesse il principio del “si salvi chi può”.

In questo contesto si tratta di avere una visione prospettica e lungimirante perché il liberalismo possa – seppur ridefinendosi costantemente, ma restando fedele ai propri valori cardine – avere davanti a sé ancora ed almeno altri 200 anni di conduzione responsabile del paese.

E allora ben vengano i modelli sistemici elaborati per studiare la complessità dei fenomeni, ben vengano i rapporti d’indirizzo governativi e i programmi di partito nonché la campagna elettorale e le elezioni come occasione di riflessione fondata e fondante circa la società in divenire. Ben vengano nuovi concetti quali quelli di “sviluppo competitivo” e di “sviluppo sostenibile” non più come politiche settoriali (economico, il primo; ambientale, il secondo) bensì come principi regolativi da integrare in tutte le politiche settoriali.

Infatti un territorio è competitivo, e quindi ha delle opportunità di sviluppo, se sa fornire una competitività sociale, culturale, ambientale e non solo puramente economica, con un occhio di riguardo al proprio posizionamento nel contesto globale. Un tale sviluppo è sostenibile:

– se tiene conto quindi di una responsabilità ecologica volta a preservare le risorse rinnovabili e non così come uno spazio vitale per l’uomo, la fauna e la flora;

– se tiene conto della solidarietà sociale, delle pari opportunità e della parità di trattamento nei settori della salute, della formazione, della giustizia e del diritto;

– se la capacità economica è lasciata ai meccanismi di mercato ma con regole e facoltà d’intervento dello Stato a titolo di sostegno all’innovazione o di limitazione qualora il mercato dovesse mettere in pericolo l’occupazione e il mantenimento dei redditi senza creare altre o migliori opportunità sul territorio.

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