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Il nemico in noi

17 giugno 2011 – Opinione Liberale – Ballate Maltesi

La personalizzazione e mediatizzazione della politica portano il popolo a scegliere nuovi “ventriloqui” per parlare con una sola voce. Ci vogliono un capo carismatico, un movimento in cui l’elemento irrazionale prevalga e, oggigiorno, buoni e disponibili mezzi di comunicazione a disposizione ed ecco fatto, come afferma Luciano Canfora, il populismo è servito. Per tenere assieme questi elementi bisogna che un capo indichi un nemico, e lo faccia sapere al popolo. Questo fenomeno è tipico di quei momenti e di quei sistemi politici in cui, non riuscendo a fare riforme vere, è più facile additare un nemico. Un esempio topico è quello del governo italiano nei confronti della Svizzera e del Ticino in particolare. Cacce all’uomo prima e alle istituzioni poi. Si pensi alle varie cacce all’uomo di cui abbonda la storia: agli schiavi nella Grecia e nella Roma antiche, agli indiani nell’America dei conquistadores, ai negri nell’Africa del commercio triangolare, ai poveri nell’Europa dell’antico regime, ai lavoratori sindacalizzati nell’Europa della prima rivoluzione industriale, agli immigrati stranieri della seconda, agli ebrei sempre nell’Europa della prima metà del Novecento, agli zingari e ai “sans papiers”, ai terroristi negli Stati Uniti, ai frontalieri e agli asilanti nel Ticino di oggi. È la logica del capro espiatorio che a quanto pare le società umane producono tanto in forma endemica quanto organizzata, costruita ad arte. Laddove la scelta delle prede risulta relativamente indifferente quando non puramente arbitraria. Infatti, ciò che più conta non è la colpa specifica attribuita di volta in volta al capro espiatorio, al nemico, ma è il bisogno di identificare un nemico comune su cui canalizzare la responsabilità dei nostri mali e distrarci dalle nostre incapacità interne a risolvere i nostri problemi. Quando il nemico non esiste, bisogna costruirselo. Le cacce all’uomo hanno sempre obbedito a strategie mirate e dettate dai detentori o aspiranti detentori del potere. Dimmi a quale uomo dai la caccia e ti dirò chi sei. O da che parte stai. Oggi non solo si attaccano categorie di uomini, bensì pure le istituzioni: lo Stato o gli altri Stati, le amministrazioni pubbliche, la scuola, i partiti storici. Ciò avviene in primis dai sostenitori del meno stato, che lavorano dall’interno dei partiti per demolirli e delegittimarli ad uso proprio, quelli che propongono in nome delle libertà delle visioni della società che trasudano rischi di ineguaglianze sociali e di opportunità. Se lo Stato è davvero il nostro nemico, come possono i poliziotti, i funzionari essere nostri amici? (cfr. Sandro Guzzi-Heeb, Lo Stato nemico, in La Regione 11.10.2011) Se i partiti sono i nemici, se gli eletti lo sono per difendere interessi propri o particolari, come possono fare leggi meritevoli di essere rispettate? Se la Scuola è la nemica, come possono i docenti aver l’autorità di insegnare? Non vi è chi non veda quanto gravidi di conseguenze siano questi atti di sfiducia verso la democrazia e le sue istituzioni. Ci vuole un po’ di “ecologia dei capi” e di “ecologia dei media” quando questi diventano dannosi per l’ambiente e mirano ad essere dominanti e privi di contrappesi. Ad esempio, per contrapporsi a questi eccessi e trovare un nuovo equilibrio è necessario rafforzare un mezzo che coltivi modalità espressive opposte: la scuola, in primo luogo. Una scuola che, per insegnarci a guardare, e sopravvivere, al futuro, dovrà giocoforza guardare al passato e fare l’inventario delle buone idee che abbiamo a disposizione. Non si dovrà mancare di spiegare le cattive idee circolate nella storia per evitare che si ripetano. La memoria breve o la perdita di conoscenza della storia, oltre ad un crescente analfabetismo di ritorno, sono alla base di alcuni fenomeni intransigenti e intolleranti di oggi. Andrea Ghiringhelli (cfr. Uno scontro senza idee, in La Regione, 10 giugno 2010) afferma la necessità di stabilire, anche per il nostro partito, un legame organico con il passato, per capire il malessere di oggi. Le buone idee vengono quasi tutte da un epoca ben precisa: il XVIII secolo, l’età dei Lumi. È il secolo dello scetticismo e dello spirito critico, della capacità di resistere senza paura al pregiudizio e alla propaganda. Tutte cose difficili da insegnare. Non a caso sono sempre pochi i buoni maestri. Noi dobbiamo investire affinché questo numero aumenti, affinché sin inverta quell’indottrinamento pluridecennale che, dagli anni ’80, ha cresciuto le ultime generazioni con l’idea della crescita finanziaria continua, dell’economia e del denaro come unici valori e criteri di scelta, dello sfruttamento illimitato delle risorse del territorio e dell’ambiente, del meno Stato. Stato che siamo noi: il popolo, fatto di uomini e donne di ogni classe che, grazie ai diritti democratici, possono cambiare le cose. Se è vero che possiamo riconoscere meglio noi stessi solo in presenza di un Altro, se la nostra identità si definisce per differenza da quella altrui, evitiamo che l’Altro sia sempre un nemico. Altrimenti, come ci insegna Sartre nel suo romanzo “Huis clos”, arrischiamo di ritrovarci boia di noi stessi. Mentre gli altri, fuori, si fanno gli affari loro.

Oggi finisce l’anno scolastico. Facciamo iniziare il prima possibile una Nuova scuola.

 Per saperne di più:

- René Girard, Il capro espiatorio, Adelphi

- Grégoire Chamayou, Le cacce all’uomo, Manifestolibri

- Umberto Eco, Costruire il nemico, in Elogio della politica, AA.VV., BUR Rizzoli saggi

- Francesca Cantù, Giuliana di Febo, Renato Moro, L’immagine del nemico, Viella

- George Orwell, 1984,Mondadori.

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