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Il Cantone Ticino non é un’isola

Sono nato e cresciuto in Ticino e ho seguito la mia formazione universitaria in Svizzera dove lavoro. Già questo è un dono se penso a quanti nel mondo non hanno avuto la medesima fortuna di vivere in un Paese ricco, con ottime scuole pubbliche aperte a tutti, buone condizioni e tutele sociali. Ho seguito una carriera militare in questa nazione che, per fortuna e determinazione, ha fatto della sua neutralità un vanto consentendoci di non vivere direttamente, sul nostro territorio, i drammi di guerre come quelle che vediamo (forse con troppo distacco) ancora oggi creare masse di diseredati, profughi, orfani, bambini combattenti e via discorrendo. Ho però anche studiato e viaggiato in altri Paesi d’Europa e del mondo (tra cui quelli che una volta erano colonizzati, sottosviluppati, e ora sono tra i Paesi emergenti, mentre ad essere in difficoltà ora siamo noi Occidentali). Mi sono confrontato con altri sistemi politici, scolastici o più semplicemente stili e condizioni di vita. Insomma, non sono semplicemente andato in una località turistica accontentandomi delle visite organizzate. Ho a che fare per lavoro con clienti ticinesi e quindi ne conosco e condivido anche le difficoltà (occupazionali, familiari,…), ma anche con clienti europei e extraeuropei con cui vi è occasione di condividere chiacchiere sulle rispettive differenze culturali, politiche, nazionali. Ciò mi porta a dire che sì “Ich bin ein Tessiner”, “a sum ticines”, ma non per questo concetto di identità restrittivo, voglio che i ticinesi rinuncino alla libertà di scegliere la propria identità individuale, che è e dev’essere una libertà che va oltre le frontiere. “Questa libertà comporta doveri, rischi e sfide e adesso un numero crescente di persone è disposto a cedere parte di questa libertà per non doversi preoccupare della propria identità, per non dover sopportare il tremendo peso dell’autodeterminazione” (Zygmunt Bauman). Il Ticino non è un’isola sospesa nel tempo e nello spazio. La libertà è indivisibile e quando un uomo è in schiavitù o anche solo in uno stato di dipendenza, soggiogato ideologicamente, nessun altro in realtà è libero. Il Ticino che ho in mente è capace di farsi carico dei problemi della propria gente in un contesto di competizione globale. La politica deve dare prospettive e combattere le chiusure, quelle mentali in primis. Le forze positive, aperte, progressiste di questo Cantone devono reimparare a pensare al di là dei confini cantonali e nazionali. Non saranno i crocifissi nelle scuole, l’insegnamento obbligatorio dell’inno nazionale, l’erezione di muri a farci trovare un collocazione competitiva in Europa e nel mondo per le generazioni che verranno. Viviamo in mezzo a flussi di persone, idee, merci (non da oggi, da sempre) che si muovono in contesti sempre più svincolati dal territorio, e noi continuiamo a pensare ai territori come unici contenitori delle culture. Non dimentico l’epoca dei sequestri di persona (anche da noi), delle rapine e degli scandali finanziari degli anni ’70 e ’80 come quelli di oggi. Non saranno le false promesse di ritorno ai fasti degli anni ‘60/’90 (che sono stati un periodo storico eccezionale) a risollevarci dalla crisi mondiale, una crisi generata negli ultimi tre decenni dall’avidità di pochi e che ha generato un ritorno a disparità di reddito insostenibili, ad una messa in difficoltà diffusa del ceto medio. Siamo alla stagione dei fatti, alla resa dei conti di fronte alla realtà di un mondo che cambia, non dei decaloghi. Sono nato quando la TV era in bianco e nero e non trasmetteva 24 ore su 24 in centinaia di canali accessibili a tutti; da ragazzo molti genitori di miei compagni di scuola erano impiegati delle ex Regie federali, di banche, assicurazioni, tutti posti di lavoro garantiti fino alla pensione; ho studiato e non esistevano Natel, Internet e i PC di oggi che ci connettono col mondo in ogni momento. Ho iniziato a lavorare e man mano sono stati sviluppati nuovi programmi informatici che consentono le teleconferenze, il telelavoro. Se devessi andare dall’urologo mi potrei ritrovare, a Bellinzona, con un robot che mi fa l’intervento necessario. In breve, le nuove tecnologie ci hanno cambiato la vita e cambieranno il mondo e le opportunità di lavoro se sapremo formare i nostri giovani alle nuove professioni, professioni sempre più globali ma anche flessibili. Ci stiamo incatenando con le nostre mani al dibattito sullo “scontro di civiltà”, sulla mitologia localista e la sindrome identitaria, ma non abbiamo ancora risolto i “nodi della civiltà” contemporanea. La politica di oggi deve pensare localmente ma agire globalmente. Ogni politica, oggi, è “politica interna mondiale” perché la dimensione di appartenenza di ciascuno di noi ha ormai un orizzonte planetario. Matteo Quadranti, granconsigliere PLR e segretario di Incontro Democratico

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