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Ci Vuole Pazienza

settembre 2014

La pazienza è la tranquilla accettazione che le cose possano accadere in un ordine differente da quello che avevamo in mente (David G. Allen). La pazienza torna di attualità e a occuparsene sono, forse non per caso, due donne, filosofe: Luciana Regina e Gabriella Caramore, che escono quest’anno con due libri entrambi col titolo “Pazienza”. Nella modernità pare che la pazienza non sia più di moda. Tutto va veloce o forse siamo noi ad essere sempre in fuga. Penelope ha forse fatto il suo tempo? Vogliamo risultati immediati, non accettiamo che a un sms o ad un mail non si risponda entro 10 minuti. I social network sono lo spazio dell’impazienza, concepiti perché la mano (o l’insulto) arrivi prima del pensiero, perché l’amicizia nasca prima della conoscenza. La logica è quella del tutto e subito: intervenire su qualsiasi argomento senza necessariamente averne la competenza maturata con lo studio e l’approfondimento. “Abbiate pazienza. Due sono peccati capitali dell’uomo, da cui derivano gli altri: impazienza e inerzia” scriveva Franz Kafka, il quale non aveva certo vissuto l’epoca dell’alta velocità, della rapidità diventata programma politico, della fretta di realizzare programmi raffazzonati all’ultimo minuto, del botta e risposta in tempo reale, dei fastfood. L’impazienza nasce da un desiderio che pretende immediata soddisfazione. Dove sono finite le interminabili attese in cui – leggendo, chiacchierando, mangiando slow, guardando per aria – attendavamo che arrivasse il nostro turno o che fosse la volta buona? A che cosa ci serve oggi la pazienza? Perché rinfrescarne il senso? Si avverte la necessità di rallentare la nostra vita? La pazienza si esprime in tre modi, come: (1) sopportazione benevola, tolleranza, accettazione; (2) attesa pacata, aspettativa positiva, costanza, perseveranza; (3) bontà, considerazione, comprensione, modificazione del proprio istinto, autocontrollo. Per cui pazienza non è solo il saper aspettare o restare inerti, anzi, significa pure essere capaci di agire, di pensare e valutare, mentre si aspetta. Insomma, essa serve, forse e meglio, a confrontarsi con la complessità, a saper scegliere tra valori eterni e valori effimeri. La pazienza è frutto dell’incontro tra forza e attesa e non, come appare oggi, una caratteristica destinata a umili e vinti. Essa è una giusta via di mezzo tra impazienza e apatia; è l’esigenza di “creare un tempo separato dal tempo ordinario per costruire qualcosa, di attendere che il vissuto venga accolto dentro al pensiero; venga elaborato, fantasticato, reinventato, dentro l’anima, se ce n’è una”. Ma la pazienza può essere interpretata solo da Penelope oppure anche da Ulisse che, pur avendo il desiderio ostinato del ritorno in patria, sperimenta l’arte dell’esplorazione, dell’astuzia e della conoscenza, un eroe dell’attesa del momento propizio capace di controllare l’ira funesta. La pazienza diventa forma di resistenza e coraggio, anche quello di tollerare il dolore, la sopraffazione, l’arroganza, per un obiettivo superiore. Quindi virtù dei forti. Non vi è nulla di peggio che un’impazienza priva di progetto. Ciò vale per la vita pubblica (la politica) come per quella privata. Nel buddismo la pazienza è una delle sei perfezioni previste nella pratica del discepolo: la generosità, il comportamento morale, la perseveranza, la concentrazione meditativa e la pazienza appunto. La pazienza ha certo un limite perché non deve trasformarsi in indolenza, passività. La pazienza richiede, così suggerisce una delle due filosofe, di agire “come se tutto accadesse al termine di una gravidanza” perché questo è il tempo naturale, il tempo che impieghiamo per entrare in questa nostra vita. Non solo oggi c’è bisogno di riscoprirne il concetto ma anche di trovarne applicazioni pratiche, contrapponendola al leitmotiv dell’urgenza. Jean Jacques Rousseau osservava che la pazienza è amara ma il suo frutto è dolce. Il paradosso è poi l’impazienza tardiva: quella per esempio di una politica frenetica che vorrebbe rimediare velocemente a inerzie del passato o proporre tanto facili quanto impraticabili soluzioni ai problemi del futuro. Orazio e Confucio dicevano che le virtù stanno nel mezzo: anche tra tempi ansiosi, veloci e tempi troppo dilatati.

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