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Ave democrazia, partiti politici te salutant

Dicembre 1996 – La Voce

Ovvero come e quando nascono i partiti e perché non sono morituri

I Partiti politici, nella loro accezione e struttura moderna come risulta percepita dalla maggior parte di noi, datano di poco più di un secolo appena. Nel 1830, nessun Paese al mondo (ad eccezione degli Stati Uniti d’America) conosceva i Partiti politici nel senso attuale del termine. Esistevano certo delle tendenze d’opinione, delle fazioni che si dividevano le Repubbliche antiche, che si raggruppavano attorno ad un condottiero, ma non dei partiti veri e propri. Nel 1950, i Partiti politici esistono e funzionano nella maggior parte delle nazioni civilizzate, le altre si sforzano di imitarle.

Come l’essere umano, così i Partiti politici subiscono profondamente l’influenza delle loro origini. Non é quindi possibile comprendere la nascita e la struttura di un partito senza conoscere la realtà sociale concreta in cui essa ha avuto luogo.

In termini generali si può asserire che lo sviluppo dei Partiti é legato al progressivo aumento della domanda di partecipazione al processo di formazione delle decisioni politiche da parte di classi e ceti diversi della società. Secondo la famosa definizione di Weber, il Partito è un’associazione rivolta ad un fine deliberato, sia esso “oggettivo” come l’attuazione di un programma avente scopi materiali o ideali, sia “personale” cioè diretto ad ottenere benefici derivanti dalle conquista del potere oppure rivolta a tutti questi scopi insieme. Le associazioni che possono essere considerate Partiti in senso proprio sorgono quando il sistema politico ha raggiunto un certo grado d’autonomia che comporti, da un lato, un processo di formazione delle decisioni politiche cui partecipino più parti del sistema e, dall’altro, che tra queste parti siano compresi i rappresentanti di coloro cui le decisioni politiche sono riferite. Da ciò consegue che per Partiti devesi comprendere tutte quelle organizzazioni della società che sorgono nel momento in cui si riconosce teoricamente o praticamente al popolo il diritto di partecipare alla gestione del potere politico, che a questo scopo si associa, si crea degli strumenti organizzativi ed agisce.

In quest’accezione i Partiti nascono e si sviluppano dalla e parallelamente alla democrazia. La domanda di partecipazione si presenta (o quantomeno dovrebbe ragionevolmente presentarsi) in modo più intenso nei momenti di gran tensione, di grandi trasformazioni economiche e sociali che sconvolgono l’assetto costituito della società, dell’economia e minacciano di modificarne i rapporti di forza; è in tali momenti che emergono gruppi più o meno estesi e/od organizzati che si propongono o ripropongono una diversa strutturazione politica, economica e sociale della società stessa.
Per dirla con il filosofo Carl Schmitt, la politica è, e rimane, un destino, cioè un modo d’essere originario della condizione umana, al quale non è possibile sottrarsi. Alla medesima stregua la democrazia si fonda interamente sui partiti politici la cui importanza è tanto maggiore, quanto maggiore applicazione trova il principio democratico. “Solo l’illusione o l’ipocrisia può credere che la democrazia sia possibile senza partiti politici ” (Hans Kelsen, Essenza e valore della democrazia ,in La Democrazia, 1981, IV p 57).

La possibilità che i partiti siano strumento di democrazia è legata al diretto controllo e alla partecipazione della loro base. A condizione che questa base non sia la prima ad abdicare ai propri diritti fondamentali lasciandosi cadere mollemente nell’apatia e di conseguenza nell’inattività e nello sconforto. Fare politica significa lottare contro le avversità e gli avversari per trovare delle soluzioni nell’interesse comune. Rinunciare a lottare, ad essere propositivi ed a riunire e convogliare ideali e progetti nuovi per costruire noi stessi il nostro futuro, significa essere un semipopolo e rimanere ancorati ai blocchi di partenza lasciando che gli eventi ci cadano addosso per poi lamentarci del fardello che ci ritroviamo a portare.

Un partito politico ha di principio tre funzioni: la prima consiste nell’operare la selezione degli uomini politici, di coloro i quali saranno demandati alle cariche pubbliche. La seconda risiede nel fornire a tali uomini una base programmatica per guidarne l’operato una volta eletti. La terza, infine, comporta la canalizzazione del consenso della base elettorale verso le scelte decisionali proposte dal partito.

Un partito politico assicura quindi una stabilità al Paese. Esso assicura la coerenza e la continuità dell’azione politica degli eletti garantendo il ricambio della classe politica, senza tuttavia operare brusche fratture nella conduzione del paese. I Partiti, come le organizzazioni di categoria, sono il ponte di congiunzione tra la base dei cittadini e il vertice della classe politica.

Il bene della democrazia sta nel rinvigorimento dei partiti, non nella loro eliminazione. Come ogni sistema, il partito può cadere talvolta in un cattivo funzionamento, perdendo di vista i propri ideali (cfr. OL 28.1.1999, Liberalismo, l’unico trionfatore del secolo che si chiude, di Carlo Vivaldi-Forti), ma contro tale male si tratta di agire con prevenzione e vigilanza e non con astratto criticismo o irrazionale estremismo.

Ogni Paese ha più bisogno di stabilità e tranquillità che non di sconvolgimenti percui si tratta di rimodernare e riformare quei partiti che come il PLR hanno saputo in cent’anni di storia proporre un indirizzo coerente, programmi a lungo termine, affidabili e, soprattutto, realizzabili. Certo ad ogni momento possono sorgere movimenti politici più agili, miranti a nuove nicchie di elettori (i liberalsocialisti, ultimi in ordine di apparizione). Questi, tuttavia, sono il frutto di momenti di crisi nella vita politica e perciò essi risentono spesso della mancanza di una tradizione storica alle spalle tale da consentire loro una coerenza e un programma a lungo termine e realmente realizzabile.

La nascita del Partito Liberale – Radicale, a livello cantonale, è fatta risalire attorno al 1830 quando dalla corrente liberale pura si staccò, essenzialmente per motivi di natura religiosa, una fazione denominata infine Partito Popolare Democratico.

La storia del nostro Cantone é stata caratterizzata dalla lotta fra liberali e pipidini, almeno sino al 1922 con l’entrata in Governo dei socialisti costituitisi come Partito nel 1900. Le ragioni del contendere, oltre a quelle di natura economica e sociale, furono essenzialmente basate su due fatti importanti: l’appoggio o meno alle lotte per il Risorgimento italiano e l’interpretazione dei rapporti fra Stato e Chiesa.
La lotta si sviluppò in seguito pure verso gli ideali socialisti che si affacciavano alle porte del Cantone alla fine dell’ottocento. In questo secolo non sono quindi mancati scontri insormontabili e momenti di concordanza con le altre forze politiche.
Un plauso va quindi ai fondatori ed ai loro successori per il coraggio ed il decisionismo che ebbero a dimostrare e per le loro capacità progettuali e programmatiche le quali permisero loro di affrontare le sfide del nuovo secolo.
Alle soglie del Terzo Millennio, in onore ai nostri predecessori e nella nostra tradizione storica, non possiamo che elogiare le succitate doti facendoci artefici del nostro futuro partitico, economico e sociale emulando tale decisionismo, coraggio e lungimiranza, recuperando il ruolo della Politica e la forza della nostra ideologia originaria.
Le sfide non sono più quelle di un tempo. Altre se ne sono affacciate e si chiamano informatizzazione, globalizzazione dell’economia, disoccupazione, ecosistema, recessione, solidarietà e responsabilità verso le generazioni future.
Si tratta di interpretare il rapporto tra Stato ed Economia Globale. Dove il progresso dell’economia è un mezzo al servizio del benessere dell’uomo e non un mezzo fine a se stesso. Il conto alla rovescia é iniziato. Non restiamo ai blocchi di partenza!

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