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“YES WE CAN” – AGENDA 2030 per MIGRAZIONI SOSTENIBILI

Protagora sapeva che l’uomo è misura di tutte le cose mentre Pericle ci ha insegnato che possiamo rispondere alle sfide dell’esistenza: la nostra vita e la nostra felicità dipendono da noi, dalla nostra capacità di comprendere e ordinare la realtà. Il suo slogan sarebbe: “Yes we can!”. Tanto più conosciamo, di noi e delle cose che ci circondano, tanto più le domande si fanno pressanti e le risposte autocritiche. Nella tragedia di Sofocle intitolata “Edipo re”, Edipo, che si è strappato gli occhi da solo, incolpa Apollo –un altro – di tutto quello che gli è successo salvo poi rendersi tristemente conto che il colpevole è lui stesso. Il 27 settembre 2015 è stata adottata dall’ONU, di cui la Svizzera è pure parte attiva, l’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile, con 17 obiettivi e 169 indirizzi precisi. All’interno del decimo obiettivo (Ridurre le diseguaglianze all’interno e fra i Paesi), il settimo indirizzo, e per la prima volta, riguarda le migrazioni. L’auspicio è che le migrazioni possano essere sostenibili e per far ciò bisognerà: “facilitare ordinate, sicure, regolari e responsabili migrazioni e mobilità delle persone, anche attraverso l’implementazione di politiche migratorie pianificate e ben gestite.” Molto inchiostro servirà per concretizzare i 4 aggettivi scelti (ordinata, sicura, regolare, responsabile) e l’augurio è che si trovino presto misure concrete ed efficienti di fronte ad un dramma umano, e per il futuro dell’umanità stessa – che non può più essere affrontato come sino ad ora in modo impari e unilaterale. Forzate, assistite, impaurite e impaurenti o meno che siano le migrazioni, ci saranno ovunque milioni e milioni di migranti in cammino su tutto il pianeta. Non c`è norma o violenza che li fermerà. E saranno un fattore evolutivo primario per  continenti, Stati, popoli e ecosistemi.  Non è certo con la facile rincorsa al consenso di breve periodo dei populismi né con le emozioni estemporanee (razzismi, nazionalismi di ritorno) che si potrà affrontare una realtà umana che sta evolvendo da due milioni di anni. La virtù necessaria in questa impresa è tra le più scarse al momento: la lungimiranza. Verso il passato e verso il futuro.

Oggi le norme internazionali e nazionali riconoscono un diritto all’asilo per i rifugiati politici in fuga da conflitti che a differenza di una volta hanno assunto forme diverse e spesso di lunga durata tali per cui un rientro diventa sempre meno ipotizzabile. Manca invece un riconoscimento giuridico, umano, dei migranti economico-climatici su cui torneremo. Al di là  del riconoscimento della libertà di movimento e di migrare sancita nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, forse in futuro bisognerà lavorare sul riconoscimento di un diritto: quello di restare e di sopravvivere dignitosamente nel luogo di origine,  per costruire nel proprio humus culturale un destino sicuro. Va poi detto che l’Alto commissariato ONU per i rifugiati con l’applicazione della relativa Convenzione e Protocollo internazionale di fatto si occupa “solo” dei rifugiati forzati (in fuga da guerre, terrorismi, dittature,…) che nel 2014 erano calcolati in 59.5 milioni di persone compresi quelli che sono considerati profughi interni ai loro Paesi. Dalla Seconda Guerra Mondiale, col conflitto in Siria (ed altri 15 conflitti nati o rinati dal 2010) stiamo assistendo al più grande e doloroso esodo internazionale di profughi che partono a rischio della vita, migrano rischiandola ancora, attraverso rotte gestite da privati per arricchirsi, se trovano muri e barriere sfidano la sorte per aggirarle, raramente arrivano liberi di scegliere qualcosa della propria vita. Tuttavia molte nuove migrazioni forzate (di cui non si parla perché è più sconveniente farlo) sono provocate dalle attività umane che alternano il clima (inondazioni, desertificazioni, terremoti, inquinamenti, epidemie,…), delle quali sono maggiormente responsabili i 39 Paesi industrializzati del Protocollo di Kyoto. Noi europei, occidentali. Nel 2030 la certezza di essere rifugiati climatici o la probabilità di diventare tali riguarderà ben 250 milioni di persone. Già oggi alcuni conflitti nascono per l’energia, l’acqua, terreni fertili. Vi sono poi anche sovrapposti i migranti economici, vittime delle crescenti disparità economiche che attraverseranno comunque i 65 muri e recinzioni in costruzione in 30 Stati ricchi. Oggi i cittadini che hanno avuto la fortuna di nascere nel Nord del globo sono liberi di migrare anche per motivi economici, mentre chi ha avuto la sfortuna di nascere nel Sud del globo fatica a spostarsi nella stessa parte del mondo se non nel proprio Paese. Un po’ di lungimiranza  verso il passato dovrebbe permetterci di far mente locale su alcune semplici realtà storiche: (a) siamo migranti da milioni di anni, è un nostro fattore evolutivo sin dall’uscita dell’Homo sapiens dall’Africa; (b) con la nascita dei confini nazionali, con le migrazioni di massa intercontinentali via mare (ad esempio degli schiavi), con l’imperialismo (europeo, economico e predatorio, colonizzatore), con la globalizzazione del sistema capitalistico e i suoi effetti nefasti sul clima, le migrazioni sono diventate un fenomeno più complesso per chi vuol difendere i propri privilegi di fronte a miliardi di persone che per varie ragioni cercano umanamente un luogo dove sopravvivere meglio di quanto, anche a causa nostra, si trovano a vivere dove sono nati. Il fenomeno si risolverà solo con una politica più alta, per l’umanità, di quella odierna.

 

 

Avv. MATTEO QUADRANTI, gran consigliere