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Vero o falso? Libero o sottomesso?

Siamo al peggio del peggio. Siamo di fronte ad una truffa degli ideali e dei valori. Quelli della nazione o di “prima i nostri” ad esempio, di cui si parla ogni giorno e vengono esaltati e invocati da coloro che poi nella realtà li delegittimano e li attaccano, a partire dalle istituzioni della nazione e da coloro che per primi assumono frontalieri in palese contraddizione con quanto scrivono in certi proclami. Se il politico (macchiavellico) di un tempo doveva “imparare a mentire”, oggi il politico deve imparare e impegnarsi a dire la verità, ossia fronteggiare il fatto che è diventato più facile smascherare le sue menzogne e le sue mezze verità ideologiche o di comodo, e denunciare i suoi colpevoli silenzi.

Almeno a far tempo dalle rivoluzioni del Settecento, i diritti sono nati ogni volta per far fronte ad una mancanza, ad un abuso o ad un nemico: i diritti fondamentali nacquero per contrastare il potere di monarchi, aristocratici e chiese e poi per evitare anche che i tre poteri dello Stato liberaldemocratico eccedessero nell’esercizio delle proprie prerogative verso i cittadini. Poi l’avvento del socialismo, sempre per contrastare dei poteri o sopperire a delle mancanze, allargò i diritti a tutta una serie di categorie: gli operai, i disoccupati, gli anziani, … Con la rivoluzione del 1968 venne il momento dei diritti della donna. In breve, quando manca qualcosa la creazione di diritti aiuta, con le conseguenti obbligazioni, a tematizzare ed individuare il problema per vedere di affrontarlo. Tra gli ultimi nuovi diritti vi sono quelli chiamati “aletici” (dal greco “aletheia” che designa “ciò che è nascosto”): essi sono quelli che riguardano la verità, considerata come un bene giuridico da tutelare in quanto può essere negato, danneggiato o espropriato. Parliamo del diritto di essere informati in modo veritiero, di essere messi nelle condizioni di giudicare e cercare la verità, di essere riconosciuti come fonte affidabile di verità, di vivere in una cultura (e in una società) in cui è riconosciuta l’importanza della verità per la vita privata e pubblica.

Abbandonare i fatti significa abbandonare la libertà. Se niente è vero, allora nessuno può criticare il potere, dato che non esiste una base su cui farlo. Se niente è vero, allora tutto è spettacolo e il portafoglio più gonfio paga per le luci più abbaglianti. Quando noi rinunciamo a distinguere tra ciò che desideriamo sentire e la realtà delle cose, ci sottomettiamo volontariamente ad una qualche tirannia (di un leader politico, di un potere finanziario, dei mass media, …). La verità muore in quattro modi, e li stiamo osservando tutti e quattro. Il primo, è una aperta ostilità nei confronti della realtà verificabile che si esplicita nel presentare invenzioni e menzogne (dati falsi o semplici percezioni, stati emozionali quali rabbia, invidia, paura) come se fossero dei fatti. Svilire la realtà è l’inizio della creazione di un mondo alternativo inventato (come quello di un Ticino che va a rotoli). Il secondo modo è l’incantamento sciamanico. Era lo stile fascista basato sulla “ripetizione senza fine”, volta a rendere ciò che è fittizio plausibile e ciò che è ingiusto desiderabile. Stile abbastanza affine ad un certo domenicale. Il terzo modo è il pensiero magico, ovvero l’aperta accettazione di contraddizioni evidenti, palesi e di promesse che si contraddicono l’una con l’altra. Accettare certe falsità richiede una lampante rinuncia alla ragione. L’ultimo modo per uccidere la verità è una fede mal riposta nel leader il quale raggiunge talvolta livelli di divinazione di sé tali da attribuirsi il potere di essere il detentore della voce del popolo tutto, anche di quello che non lo ha votato. Quando la verità non si basa più sui dati oggettivi ma sugli oracoli e le profezie del condottiero, l’evidenza dei fatti diventa irrilevante ed il popolo rinuncia a pensare e si abbandona ad un credo. Occorre reagire.

Matteo Quadranti, gran consigliere