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Il capitalismo a 200 anni dalla nascita i Marx

Studiato molto fino agli anni ’60, dopo il 1989, con la caduta del muro di Berlino e le cosiddette: “Fine della storia” e “Vittoria del capitalismo”, Marx è stato messo un po’ da parte. Ma a 200 anni dalla sua nascita (5 maggio 1818) c’è qualcosa del suo pensiero che ci può essere ancora utile? Lo si è sempre considerato il padre concettuale del comunismo ma forse è stato piuttosto un profondo critico del capitalismo come sistema sociale ed economico. Ed oggi non si può dire che il capitalismo, divenuto globale e finanziario, abbia portato ad una società migliore, non solo socialmente o eticamente ma anche economicamente visto che le disparità sono cresciute: i pochi ricchi lo sono di più e i poveri (working poor, inclusi) lo sono anche di più, all’interno di Stati-Nazione con classi medie e borghesi sempre più in affanno. Siamo di nuovo al discorso delle classi dove la borghesia avrebbe dovuto creare una società globale a sua somiglianza diffondendo la civiltà, la democrazia e i diritti umani in tutto il mondo. In realtà si tende a ripristinare la classi oppresse e quelle oligarchie dominanti non più fondate sulla nobiltà o il latifondismo, ma sul capitale finanziario in mano a poche multinazionali e straricchi. Quindi se il comunismo si è rivelato un disastro storico, il capitalismo e la democrazia pare vadano bene solo per certi ma non per tutti. Non solo nel resto del Mondo ma nemmeno in Occidente. Marx indicava già che la politica, in un mondo capitalistico è fortemente influenzata dal sistema economico. Ai poteri e alle élite economiche globali servono Stati Nazionali indeboliti. Prova ne sia ad esempio che non di rado quando si fatica per mesi a creare certi governi di coalizione o la durata dei governi è ridotta, le Borse vanno alla grande così come l’economia. L’economia “tira” quando i governi nazionali non riescono a porre paletti. E se non riescono a imbrigliare le società e i capitali, i ricchi sono più liberi di delocalizzare, depauperare natura e materie prime e di spostarsi in paradisi fiscali per loro. Paradisi anche piccoli – mai interessati ad una giustizia ridistributiva – visto che la ricchezza si è concentrata in poche mani. I capitalisti influenzano poi le democrazie in maniera lecita o illecita tramite lobbismo o corruzione. Marx aveva una proposta di resistenza intellettuale, morale e politica a questo problema ma non è certo stato il regime comunista la risposta adeguata. Per salvarsi il Capitalismo non può più essere quello neoliberista degli ultimi 40 anni e che taluni ancora faticano a riconoscere come un insuccesso. Il neoliberismo di mercato ha portato con sé l’annacquamento delle identità nazionali in nome della globalizzazione e della libera circolazione di merci e persone, oltre che l’incapacità di guardare ad orizzonti di lungo periodo. Sta di fatto che la reazione alla quale assistiamo è la crescita di diseguaglianze, impoverimento dello Stato sociale e precarizzazione delle classi medio basse con conseguenti spinte xenofobe, erezione di muri ai confini, barriere identitarie. Quindi quel neoliberismo globale che doveva portare al successo incontrastato del capitalismo di fatto oggi ne mina l’egemonia proprio dal diffuso populismo xenofobo che punta al ritorno di misure protezionistiche in salsa Brexit e “America first”. Prova ne sia che le forze della destra più liberista e sostenitrice del meno Stato e più libero mercato durante gli ultimi 40 anni, oggi sono promotrici di iniziative mediante le quali si chiede allo Stato (che torna comodo alla bisogna) di chiudere le frontiere della concorrenza alle libere circolazioni. In realtà la vera e unica soluzione per salvare il capitalismo – che Marx non aveva previsto – pare essere quella di cedere competenze internazionali come ad esempio al Fondo Monetario Internazionale, all’Ue o all’Ocse, purché queste autorità siano investite di un forte mandato democratico, per interpretare meglio, qui e ora, la nuova idea di interesse collettivo e portare tutti i protagonisti ad abbandonare le proprie spinte autolesioniste. Ci vuole una “Internazionale” democratico-capitalista che attesti l’inefficacia delle pure promesse populiste come già furono quelle comuniste. E poi ci vuole un liberalismo vero, che sappia mitigare, separare controllare i poteri. Qualunque essi siano.

Avv. Matteo Quadranti, Gran Consigliere