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Cosa ci resta?

I giornali sono un’invenzione essenzialmente settecentesca. Da allora la comunicazione di massa non ha cessato di crescere e ampliarsi. Le trasformazioni e i mezzi tecnologici della comunicazione moderna non sempre sono andati di pari passo con la qualità e l’approfondimento della notizia. Oggigiorno prevale spesso la notizia “cinguettata”, breve, in poche battute. Anche l’indipendenza giornalistica per rapporto agli editori (sempre meno, ma più potenti) diventa più ardua. I reporter, a caccia di scandali o più spesso di verità scomode, si scontrano con interessi di parte, con temi ritenuti “inopportuni”, “non paganti” verso il lettore che così spesso non confronta la propria opinione (col rischio – poco celodurista – di cambiarla) con ciò che la realtà scomoda gli dovrebbe mettere sotto gli occhi. Il cittadino piuttosto non legge o sceglie il mezzo di informazione che conferisce alla notizia il taglio che meglio lo aggrada. Se non che il mondo è complesso e senza approfondimenti non se ne esce. La capacità di ampliare i propri orizzonti e punti di vista ci può solo fornire interessanti spunti di riflessione, sempre liberi di usare la nostra testa, liberi dalle convenzioni e dai dogmi, come Kant definiva gli illuministi. E per gli illuministi il progresso riguardava anche la sfera politica. Ragione per cui la difesa o la contestazione di scelte politiche, e sociali, rientrano appieno nei compiti di un giornalismo se non illuminato almeno libero, desideroso di stimolare e non appiattire i temi, di realizzare e riformare continuamente il “contratto sociale” (alla Rousseau) all’interno di una società in perenne evoluzione e costante interconnessione col resto del mondo, senza produrre ansie e assuefazioni che ci rendono vulnerabili a manipolazioni dall’alto. Per far ciò bisogna tutelare dapprima l’informazione quale bene democratico di pubblica utilità come sostiene Julia Cagé in “Salvare i Media, Capitalismo, crowdfunding e democrazia”. Cagé è professoressa di economia a Parigi e, a margine, moglie di Thomas Piketty, pure professore e autore di “Il Capitale nel XXI Secolo”. L’ Ottocento e il Novecento sono stati secoli di grandi rivoluzioni, invenzioni, progressi e conquiste tecniche e sociali. Se non che non tutto è oro quel che luccica. Con certi progressi abbiamo pure automatizzato determinate attività professionali e perso posti di lavoro e professioni che non sempre sono stati recuperati grazie a nuovi mestieri. Anche le risorse energetiche e l’ambiente ne hanno risentito, al punto che oggi e in futuro dobbiamo preoccuparci della perdita definitiva di certe risorse fondamentali. Siamo stati più cicale che formiche. Negli ultimi 30 anni ha dominato e ancora stenta a scomparire la dottrina liberista che ci ha portato alla crisi del 2008. Crisi che ha creato diseguaglianze crescenti e che alcuni storici e futurologhi ritengono non saranno verosimilmente più appianate. Senza adeguati, tempestivi ravvedimenti, provvedimenti e lotte per un reale progresso sociale, quello che pone l’uomo e il suo ambiente al centro, sarà piuttosto il capitale patrimoniale e ereditario di pochi, ma molto ricchi (che non devono lavorare per vivere), a vincere. Di fatto torneremmo a situazioni in cui, come nei secoli precedenti il Novecento, la società sarà più gerarchizzata e meno liberale. Chi vuole evitare questa involuzione non può chiamarsi fuori dall’impegno politico e sociale. La democrazia liberale si è sempre basata sull’equilibrio dei poteri. Ma se la ricchezza, soprattutto la grande ricchezza, va spesso a braccetto col potere e la povertà stimola l’osservanza religiosa, e in certi posti l’obbedienza estremista, tutto ciò porta comunque a oligarchie di vecchia memoria. Molto è cambiato nei secoli trascorsi a livello di scoperte geografiche e scientifiche, colonizzazioni e migrazioni, relazioni tra uomo e ambiente. Alla fine mi chiedo: che cosa non è cambiato nel corso degli ultimi mille anni e che cosa non cambierà nei prossimi mille? Ciò che non cambia è che tanti aspetti della vita ci sembrano degni di essere vissuti: l’amore, la bellezza, i bambini, il conforto degli amici, gli scherzi, la gioia di mangiare e bere in compagnia, raccontarsi delle storie, l’ironia e le risate, la musica, il rumore del mare e il calore del sole, guardare la Luna e le stelle, cantare e danzare… Che cosa non cambierà mai? Tutto ciò che ci lascia incantati e ci fa dimenticare di tutto il resto. Tutto ciò che vale la pena di sognare. Tutto ciò che non ha un prezzo. Vale la pena interrogarci costantemente su ciò che possiamo considerare progresso sociale, crescita economica, risorse energetiche, consumismo, era dell’informazione.