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APPARENZA E SOSTANZA DEL TU

“C’è apparenza e sostanza e non c’è nessun legame tra le due … e ci sono promesse che si possono ritrattare e rinnegare malgrado siano documentate e registrate”, scriveva David Grossman, recentemente ospite di ChiassoLetteraria a proposito dell’arte di raccontare (ad altri) la realtà in un’epoca di “post-verità”, “fatti alternativi”, di globalizzazione. Ma siamo anche in un’epoca in cui, dopo anni di individualismo libertario e ugualitarismo non sempre meritorio, si fanno avanti sostenitori di nuovi approcci più “fraterni”, della condivisione (carpooling, sharing economy), del dono, del baratto. Dopo anni frenetici pare si stia iniziando a riflettere sul prendersi del tempo (per mangiare lentamente: slowfood; per mantenersi in salute e giovani) magari lavorando part time (jobsharing) o lavorando da casa ed evitare lunghe colonne e costosi affitti per parcheggi. Insomma oggigiorno da un lato cerchiamo di dare nuovi nomi a concetti e cose, mentre dall’altro lato fatichiamo a dare un significato univoco alle parole e alle realtà che ci stanno dietro. Forse in quest’epoca di crisi dell’identità individuale, dovremmo ripartire dal comprendere le basi del linguaggio, quelle con cui affrontiamo le nostre relazioni personali: i pronomi, che usiamo per interfacciarci con noi stessi e con le altre persone o cose. Riflettiamo sulla differenza sostanziale ad esempio quando dal darsi del “Lei” si passa al “Tu”. E allora partiamo:

“Io”: Daniel Dennet ha sostenuto, visto l’individualismo che caratterizza le società benestanti, che sia il pronome del “nostro centro di gravità narrativa”. Ovvero, tutto gira intorno a noi stessi, al nostro narcisismo, alle nostre opinioni che al limite confrontiamo solo con chi la pensa come noi. E poi: io pago, tu mi devi e basta. Grazie ad esso, io ho il mio veicolo, la mia casa, i miei gusti, i miei figli, il mio amore. Attorno all’Io sembra quindi non ci sia spazio per Tu, prevalendo tanti Essi, Esso, Essa, spesso quelli delle “cose”. ci sono Se non che anche il mio Io a volte rischia di essere borderline. L’io politico è poi la voce autocompiaciuta del leader.

“Tu”: Primo Levi raccontava che ad Auschwitz si moriva non solo per fame, stenti e violenza, ma anche perché all’internato non giungeva più il Tu dell’altro a tenerlo in vita. Tu, è una sillaba, utilizzata talmente di frequente che ne dimentichiamo il valore profondo perché con esso individuiamo il nostro interlocutore. A volte lo usiamo quando parliamo in modo autoreferenziale con la nostra coscienza. Il Tu spezza la relazione tra l’Io e gli Essi (oggetti) perché improvvisamente si entra in contatto, empatia con l’altro essere umano al quale si dedica il tempo della relazione amorosa o professionale che sia.

“Lei”: Rigoni Stern commentando un suo romanzo disse che nella comunicazione linguistica il Lei equivale a bussare alla porta prima di entrare. Un’irruzione frettolosa rischierebbe di uccidere le potenzialità di un successivo Tu, quindi meglio iniziare con la cautela, il pudore del Lei. A volte invece il terzo pronome singolare si trasforma in sigillo delle distanze da mantenere. Ciò accade ad esempio nelle relazioni personali difficoltose e allora per esempio in o dopo un divorzio si diventa “il padre dei miei figli” e quindi un Esso. Nella parabola del buon samaritano, l’uomo in difficoltà sul ciglio della strada sarà un Tu, per gli altri passati prima di lui e che tirarono dritto egli sarà un Esso, come un arbusto.

“Noi”: esprimeva l’orgoglio di appartenere ad un gruppo, d’essere uniti in un ideale, ma al contempo evidenzia l’opposizione con gli altri. Opposizione che si fa più accentuata se Noi siamo quelli progrediti, meritevoli di benessere, occidentali, tanto gli arretrati sono gli altri. Il Noi si è poi spersonalizzato perché anche se connessi in chat, internet, whatsapp, facebook restiamo chini sugli schermi esaurendo lì i nostri contatti umani con gli altri. Quindi più comunicazione pare far rima con progressiva chiusura verso gli altri, perdendo il senso di comunità fisicamente in contatto. Anche perché spesso Noi siamo una comunità verso gli altri stranieri ma poi anche internamente fatichiamo a fidarci gli uni degli altri.

“Voi”: con questo l’autore coinvolge il suo pubblico e lo invita ad ascoltare e talvolta interagire. Quindi il Voi presuppone una relazione tra l’Io e gli altri e anche all’interno dei Voi (che devono essere almeno due). Ma dall’altro lato il Voi serve a distinguere gli altri dall’Io e dal Noi. Quindi usando questo pronome effettuiamo una duplice operazione di allontanamento e avvicinamento. Fin dal ‘500 dell’Orlando furioso, il Voi per un certo periodo è stato usato anche per indicare con profondo rispetto una singola persona: il padre, il padrone, il re. Oggi il Voi dato ad esempio ai migranti o agli avversari politici è per contro spesso segno di una relazione segnata dalla mancanza di rispetto.

“Loro”: l’incipit di L’urlo e il furore di William Faulkner si trova il trionfo della terza persona plurale caratterizzata dal suo misterioso anonimato per rapporto a Noi. Con Loro non si vorrebbe nemmeno interagire, vi è un discrimine e una differenza che non ammette dialogo. È il pronome del presente: tanto più si sfilaccia la collettività dei Noi, quanto più cresce il timore e il sospetto verso Loro. Ma mai dimenticare che anche noi siamo la terza persona plurale di qualcun altro.

E per concludere ci siamo Io e Te caro lettore, ovvero Noi Due soli (il pronome duale mancante), e speriamo di venir fuori da questo ginepraio. Per tornare a capirci, condividere.

Avv. Matteo Quadranti, gran consigliere